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IL PUNTO È LA CRISI DELLA DOMANDA di Paolo Savona

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Le soluzioni alla crisi di crescenza che ci vengono proposte si riferiscono a un mondo che non esiste più. È un continuo ripetere che la crescita è bassa perché gli investimenti e la produttività ristagnano. Poiché la creazione monetaria abbondante a tassi dell’interessi quasi nulli non spinge gli investimenti, gli stessi banchieri centrali invocano una finanza pubblica più attiva (ultimo, al posto di di Draghi, Benoît Cœuré, all’incontro di Jackson Hole). Come al solito la politica si presenta con il suo doppio volto: c’è chi chiede una più intensa politica dell’offerta (le riforme) e chi un rilancio della domanda (maggiore spesa pubblica e minori tasse). In un recente intervento allo Aspen Institute in Colorado Stanley Fisher, un economista di vasta esperienza internazionale, oggi vice Chairman della Fed, valuta che l’economia americana abbia raggiunto il saggio naturale di disoccupazione (ossia il suo minimo), ma la produttività non è aumentata e gli investimenti languono: l’occupazione è cioè cresciuta senza essere trascinata da questi stimoli continuamente invocati. Egli attribuisce questa relazione “innaturale” a molti fattori, tra i quali dominano una bassa crescita salariale che non spinge né gli investimenti ai livelli consentiti dalle conquiste tecnologiche, né una maggiore domanda mondiale.
Moneta abbondante a basso costo e mercato del lavoro flessibile sono fattori importanti per la crescita capitalistica, ma se manca la domanda gli imprenditori sono restii a investire, anche in nuove tecnologie. Se la politica offre loro sussidi o detassazioni – come richiesto e promesso in molti paesi, Italia compresa – essi portano a casa maggiori profitti senza aumentare gli investimenti perché non è conveniente aumentare l’offerta. La politica non contrasta questi andamenti, anzi asseconda i comportamenti che li determinano perché, contrariamente al detto di Keynes, è schiava delle idee di economisti viventi. Resta perciò da spiegare perché l’occupazione sia aumentata nonostante la produttività e la domanda aggregata ristagnano.
Una risposta può essere i difetti di architettura monetaria e valutaria internazionale che perpetuano gli squilibri esistenti che bloccano la crescita. Il cuore dell’economia si ha nella relazione tra risparmi e investimenti, la quale si riflette ex post nei saldi di bilancia estera corrente (importazioni meno esportazioni) e di bilancio pubblico (spese meno tasse). Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Sud America e poche altre aree assorbono risparmio estero per circa 1.150 miliardi di dollari, vivendo al di sopra delle loro risorse. Giappone, euroarea (80% Germania), Svizzera e l’intera area asiatica (per la metà Cina) cedono risparmio e vivono al di sotto delle loro risorse. La risposta politica dovrebbe essere saldi di bilancio pubblico di segno contrario a quelli delle bilance estere, ma così non è. La finanza internazionale e le diversità dei diversi regimi di cambio tengono in piedi una condizione incoerente con la continuazione della crescita globale. Abbiamo il mercato globale, ma non il governo globale dell’economia. I bassi salari delle aree arretrate e la stagnazione degli stessi nelle aree sviluppate ritardano, come dice Fisher, la ripresa della domanda necessaria per raggiungere una ripresa più sostenuta. La politica monetaria e quella fiscale – agendo dal lato redistributivo e non sempre nella direzione equa – creano non poche complicazioni politiche, come testimonia l’ascesa dei movimenti antiglobalizzazione e le spinte isolazioniste dei partiti tradizionali. Solo una reale cooperazione internazionale, cominciando dalla vecchia Europa che ha più colpe degli altri, può presentare uno sbocco a una situazione densa di incognite politiche. Occorre perciò uscire dalle idee degli economisti vivi recuperando alcune idee basilari di quelli morti, ripartendo dall’architettura incompiuta dell’accordo di Bretton Woods. È assai improbabile che ciò accada non solo perché mancano leader mondiali e un’accademia che lo vogliano, come accaduto in passato, ma perché l’esplosione della finanza e le applicazioni di intelligenza artificiale vanno complicando lo scenario di riferimento delle politiche.
La finanza regge finché i possessori delle attività finanziarie ritengono queste equivalenti alla ricchezza reale. Le politiche monetarie accondiscendenti hanno minato questa eguaglianza; i debitori sono in agguatto per liberarsi dell’onere ponendolo a carico della collettività sotto forme di tasse o default. A loro volta i Governi di disfano delle loro responsabilità. In Europa il bail-in ha ignobilmente codificato questo stato di cose. Si stima che l’intelligenza artificiale scaccerà l’uomo dai processi produttivi nel giro di una generazione (diciamo 25 anni?). Gli effetti di questi mutamenti epocali non si sono ancora manifestati nella loro gravità perché la finanza ha consentito di far convivere i paesi creditori con quelli debitori e il debito pubblico con quello privato. I Governi hanno una visione miope, di breve periodo, non diversa da quella del capitalismo globale. La loro attenzione è dedita al vecchio modello di migliorare la competitività per esportare di più, ignorando che il mercato globale è un’economia chiusa e, quindi, è la domanda interna che conta. Le insoddisfazioni dei cittadini per la crescita e l’occupazione crescono e spingono al potere movimenti populisti o isolazionisti; la cui visione è anche peggiore di quella perseguita dagli attuali gruppi dirigenti della politica, dell’economia e dell’accademia.
Ammesso che si possa completare e ammodernare l’architettura di Bretton Woods – un’ipotesi altamente improbabile con questi chiari di luna – il compito maggiore sarebbe oggi quello di trovare una soluzione all’espulsione della forza lavoro dai processi produttivi dovuto al diffondersi delle applicazioni dell’intelligenza artificiale. Sussidi al lavoro e alle imprese o minori tassazioni sono destinati all’insuccesso. Guadagna invece terreno la proposta di concedere un reddito minimo di cittadinanza (in inglese GMI-Guaranteed Minimum Income) come alternativa alla passiva accettazione di un darwinismo sociale, dove i più deboli restano indietro e si impoveriscono vieppiù. Molti paesi hanno già sperimentato o si accingono a sperimentare un GMI. Esistono riscontri pratici di segno opposto sull’efficacia dello strumento. Per chi volesse informarsi meglio, può consultare su Internet la voce Reddito di base (Basic Income).
Al fine di non uscire da un circolo vizioso per entrare in un altro, la concessione del reddito di cittadinanza richiede il rispetto di tre condizioni. La prima, che non si sommi alla rete di protezione sociale, ma la integri. La seconda, che l’onere complessivo per il reddito di cittadinanza sia inferiore ai guadagni totali di produttività-profitto legati alle innovazioni tecnologiche, quando produrranno gli effetti attesi, quindi non subito. Per non ostacolare gli investimenti innovativi, la misura di incidenza fiscale sul capitale deve essere almeno pari al profitto che attualmente ricava dalle tecnologie esistenti. La terza, che la somma concessa a questo titolo debba essere temporanea e subordinata all’accettazione delle offerte di lavoro che riceverà il beneficiario. È chiaro che occorre un grosso impegno di ricerca per definire razionalmente l’iniziativa e un’organizzazione pubblica efficiente e snella per gestirla, per ora mancanti, almeno in Italia. Se vi fossero dubbi sulla realizzazione di queste condizioni meglio non fare niente, perché la situazione sociale peggiorerebbe. Attualmente la proposta viaggia disgiunta da queste condizioni e viene motivata dalla ricerca di una migliore giustizia sociale come supremo valore civile e si basa sul metodo redistributivo largamente praticato in passato o un aumento del debito pubblico, che da noi porterebbe al collasso. Ciò che si deciderà il 16 settembre a Bruxelles e a fine mese a Roma consentirà di conoscere se i nostri governanti hanno una qualche cognizione di questi problemi e un’idea di quale possa essere la loro soluzione.

Paolo Savona, MF 1 settembre 2016

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