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IL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE CONFESSA

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Chi l’avrebbe mai detto: il Fondo Monetario Internazionale, uno dei componenti della Troika che più si è adoperato nel mondo per mettere in pratica programmi economici predatori, ha riconosciuto in un documento ufficiale che il neoliberismo da loro propagandato ha avuto risultati disastrosi. I tre autori del paper infatti, Jonathan D. Ostry, Prakash Loungani, e Davide Furceri, esordiscono con una domanda retorica: il neoliberismo è sopravvalutato? E la risposta non può che essere affermativa in quanto, per loro stessa ammissione, “invece di creare crescita, alcune politiche neoliberiste hanno aumentato le disuguaglianze e conseguentemente hanno messo a repentaglio le possibilità di un’espansione duratura”. In particolare vengono analizzati due pilastri del neoliberismo: la rimozione dei limiti alla circolazione dei capitali attraverso le frontiere di un paese (la cosiddetta liberalizzazione dei capitali) e il risanamento del bilancio, cioè la cosiddetta “austerità”. L’analisi degli effetti di tali politiche conduce “a tre conclusioni inquietanti:
i benefici in termini di aumento della crescita sembrano abbastanza difficili da stabilire quando si prende in considerazione un ampio spettro di paesi.
i costi in termini di aumento della disuguaglianza sono ragguardevoli.
l’aumento della disuguaglianza a sua volta deteriora il livello e la sostenibilità della crescita. 
È una bocciatura su tutta la linea infatti, “mentre i benefici della crescita sono incerti, i costi in termini di maggiore volatilità economica e la frequenza di crisi sembrano più evidenti. Dal 1980, ci sono stati circa 150 episodi di picchi di afflussi di capitale in oltre 50 paesi emergenti; come mostrato [nella sottostante figura], circa il 20 per cento delle volte questi episodi sono sfociati in una crisi finanziaria e molte di queste crisi sono associate ad un declino della produzione”.

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Dunque il Fondo Monetario Internazionale mette nero su bianco che il neoliberismo genera le crisi, inoltre amplifica le disuguaglianze delle quali “vi è ora una forte evidenza che possano ingenerare un livello significativamente più basso di crescita e limitarne la durata”.
Sul fronte del consolidamento fiscale le cose non vanno certamente meglio in quanto, se è vero che “i mercati in generale attribuiscono molto basse probabilità di crisi del debito ai paesi fiscalmente responsabili”, è altrettanto vero che “il beneficio di una riduzione del debito, in termini di protezione contro future crisi fiscali, si scopre relativamente basso” pertanto “di fronte all’opzione se vivere con un debito più alto, lasciando che il rapporto debito/PIL scenda progressivamente a seguito della crescita economica oppure generare deliberatamente surplus di bilancio, i governi con un ampio margine fiscale farebbero meglio a scegliere la prima ipotesi”.
Le politiche di austerità non solo generano ingenti costi sociali dovuti all’ottica sul lato-offerta, ma deprimono la domanda”. “L’idea che i consolidamenti fiscali possano essere espansivi (cioè, aumentare la produzione e l’occupazione), in quanto aumentano la fiducia del settore privato e degli investimenti, è stata sostenuta, in ambito accademico, tra gli altri dall’economista di Harvard, Alberto Alesina, e, in ambito politico, dall’ex presidente della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet. Tuttavia, in pratica, episodi di consolidamento fiscale hanno portato in media a contrazioni, piuttosto che ad espansioni, della produzione. In media, un consolidamento dell’1% del PIL aumenta il tasso di disoccupazione di lunga durata di 0,6 punti percentuali e genera entro cinque anni un aumento del 1,5% dell’indice di Gini della disuguaglianza del reddito”.
In sintesi: i benefici dell’applicazione della teoria neoliberale sono stati sovrastimati, mentre gli effetti letali sono stati sottovalutati. Per ovviare a questi effetti nefasti, gli autori suggeriscono l’applicazione della ricetta keynesiana attraverso l’utilizzo delle “tasse e della spesa pubblica al fine di ridistribuire il reddito. Fortunatamente il timore che tali politiche distributive conducano necessariamente al deterioramento della crescita risultano infondate”.
Che dire di più, è una confessione in piena regola dell’abominio delle politiche predatorie e generatrici di crisi fino ad ora perpetrate dal Fondo Monetario Internazionale stesso.
Tutto ineccepibile, mi sorge solo una riflessione: non è ora che si levino dai coglioni?
di Claudio Barnabè

P.S. c’è da illudersi in un cambio di rotta da parte del FMI e della Troika? No, ci stanno semplicemente dicendo che conoscono benissimo le conseguenze del loro agire e che lo fanno apposta perché è proprio quello che vogliono ottenere

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