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Il caso delle banche in crisi e del bail-in (di Paolo Savona)

 

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Leggere che il Paese non è libero di decidere se deve o meno salvare le proprie banche per evitare che il sistema dei pagamenti e i risparmi – e, di riflesso, l’economia reale e l’occupazione – subiscano gravi lesioni, è come vivere un incubo notturno, quando le vacche sono tutte nere. I due livelli di rinuncia di uno Stato-nazione a esercitare il dovere costituzionale di tutelare i propri cittadini hanno precisi presupposti: il vincolo esterno dovrebbe indurre comportamenti migliori di quelli che si sarebbero affermati in sua assenza; la cessione di sovranità dovrebbe implicare che essa fosse gestita meglio di quella direttamente esercitata. Il vincolo esterno ha operato bene nel dopoguerra per il combinato effetto della leadership americana e delle influenze positive esercitate dal mercato aperto, ma ha cessato di operare quando esso è passato sotto il controllo della burocrazia europea e del mercato globale, le cui merci dei paesi poveri e a rete sociale quasi nulla hanno invaso i paesi sviluppati. La scelta italiana di cedere la sovranità monetaria e poi bancaria e quella di regolare il mercato aveva entrambi i presupposti, almeno negli intenti delle élite più raziocinanti; le altre erano invece trascinate emotivamente da sogni irrealizzabili, date le condizioni oggettive europee. Senza una lunga preparazione culturale lasciata alla cura di una scuola europea di ogni ordine e grado (non a caso l’Erasmus viene considerata l’iniziativa più brillante di coesione europea), l’unificazione politica doveva essere considerata irrealizzabile; essa, invece, si allontana sempre più a causa della struttura istituzionale imperfetta accolta nei Trattati, che non si intende riformare.

Fin dalla firma del Trattato di Maastricht solo in pochi avevano obiettato che le attese implicite nei presupposti non si sarebbero realizzate. In particolare la gestione della sovranità ceduta sarebbe stata oggetto di condizionamenti dovuti a interessi di poteri esterni da noi non influenzabili. Sull’insieme di questi fattori irrealizzabili hanno fatto carriera persone omogenee al disegno del “tutto subito, anche se malfatto, perché altrimenti saremo restati fuori”, isolando chi comprendeva e poteva meglio rappresentare gli interessi del Paese. Dopo un quarto di secolo è emerso che le valutazioni negative dei pochi si sono via via palesate fondate in modo sempre più chiaro. Il vincolo esterno non ha mostrato capacità di cambiare i comportamenti: i privilegi interni sono aumentati e, con essi, peggiorata la distribuzione del reddito, il vincolo delle burocrazie si è accresciuto aggiungendosi a quello europeo, i servizi pubblici sono peggiorati, gli investimenti infrastrutturali locali e statali sono stati ridotti; la sovranità ceduta è stata gestita dall’Unione Europea peggio di quanto noi non avessimo dimostrato di saper fare.

La lista dei motivi di insoddisfazione sarebbe lunga, ma in questa sede ci limitiamo a considerare la crisi bancaria in atto; non si può negare che in passato la soluzione veniva efficacemente e dinamicamente affrontata dalla Banca d’Italia, di cui Governo e Parlamento si fidavano totalmente. Oggi la Banca d’Italia tenta di conciliare inesistenti interessi europei che mascherano interessi nazionali a noi estranei con reali interessi italiani che restano insoddisfatti; essa si considera un’istituzione europea che sostiene scelte anche sbagliate per il Paese se lo vuole Bruxelles e Francoforte; solo con discrezione ed ex-post le critica, ma non adduce argomenti scientificamente inoppugnabili. Per farlo dovrebbe allevare giovani capaci di divenire leader culturali internazionali nelle diverse materie oppure stare a sentire studiosi preparati e indipendenti, cosa che non fa, anzi ostacola.

Ho già scritto che la condizione in cui si è posta la nostra banca centrale è componente di rilievo della crisi italiana. Quando è stata approvata la delega della vigilanza bancaria senza adeguati poteri di intervento della BCE e poi la direttiva pasticciata del bail in, le conseguenze negative sulle banche italiane e sui risparmiatori erano già chiarissime. Il bail in è di fatto il trasferimento delle conseguenze degli errori di politica fiscale, monetaria e bancaria, anche fatti dalla Banca d’Italia per la sua passività, sui clienti delle banche. Solo la mala fede può giustificare la posizione dei gruppi dirigenti del Paese favorevoli a mantenere gli accordi europei come essi sono stati creati, perché l’ignoranza non è ormai più giustificabile. Evidentemente le élite al potere considerano che hanno da guadagnare nel mantenere lo status quo europeo, ma hanno una visione miope, che va aprendo la strada a forze demagogiche e nazionaliste impreparate. Basta leggere cosa pensano di noi all’estero.

Occorre prendere atto che i principali paesi europei non vogliono né l’unificazione politica presupposto della legittimazione istituzionale dell’euro, né modificare lo Statuto della BCE, almeno per rendere la sua azione efficace secondo le linee seguite dalle altre banche centrali del mondo. Essa va dotata di strumenti di intervento capaci di affrontare seriamente le crisi bancarie e finanziarie. La tutela del risparmio è materia continuamente sbandierata, ma poco praticata e, more solito, si sostanzia nel compilare documenti astrusi e inutili. Quando il Chairman della BCE Draghi dice che bisogna risolvere rapidamente il problema delle sofferenze bancarie e ricapitalizzare le banche in crisi anche facendo intervenire lo Stato in casi eccezionali, ma poi aggiunge che ciò deve avvenire secondo le regole europee e sotto il controllo della Commissione nega la validità delle sue affermazioni, ponendosi su un fronte di dichiarazioni di facciata, al limite della demagogia.

Il consenso espresso dal Presidente dell’ABI e dei dirigenti delle primarie banche italiane alle “aperture-chiusure” di Draghi sono del tutto inopportune, se essi per primi non denunciano chiaramente che la vena giugulare del circuito bancario è ostruita. Anche a voler ignorare che, come privati, non è dignitoso attendere l’intervento dello Stato per affrontare i problemi ai quali, essi per primi, dovrebbero dare una soluzione.

Paolo Savona, MF 26 luglio 2016

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