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IL BOOMERANG INCONSAPEVOLE: RESPINTO IL VINCOLO €STERNO, CHI VORREBBE ANCORA LA “GOV€RNABILITA'” E DEVASTARE LA COSTITUZIONE DEL 1948? (di Luciano Barra Caracciolo)

Dal Blog del prof. Luciano Barra Caracciolo, Orizzonte48/blogspot.it un interessante articolo sui rapporti fra democrazia e riforme. 

 

nwo

 

Mi hanno “taggato” con questo esilarante (per quanto…crudele) video che può essere assunto come una metafora. Ma non necessariamente soltanto della “politica della sinistra”: direi di qualsiasi politica che discenda da un’inerzia esogena, cioè eteroimposta, inconsapevole degli interessi dell’intera comunità sociale. In altri termini, che discenda dalla perduta cultura dell’interesse democratico nazionale.

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(il video relativo è questo ntr)

https://t.co/5hdvJG7AbD

Il tema ovviamente riguarda il problema di come si debba disporre di adeguate premesse culturali, – storiche, economiche e giuridico-istituzionali- per identificare un “nostro” indirizzo politico, prima generale e comunitario, poi svolto in concrete politiche economiche, industriali e fiscali, che siano veramente aderenti agli interessi degli italiani.

Quanto ora detto parrebbe un’ovvietà ma, a questo punto della degenerazione della vicenda della sovranità democratica nazionale, dobbiamo prendere atto, e di conseguenza temere, che non lo sia affatto.

L’argomento, quindi, riguarda specificamente il nostro ordinamento costituzionale, proprio in una fase in cui tra ipotesi di “rinvio” della consultazione referendaria, e tensioni, anzi, “torsioni” riguardanti la tradizionale fedeltà della classe governante in Italia, da almeno 35 anni, all’idea salvifica del “vincolo esterno” e della riforma costituzionale “efficiente” e che privilegi la “governabilità“.

Queste parole d’ordine, ripetute da decine da anni e sorte all’indomani della formulazione programmatica del “vincolo esterno”, – essendo cioè del tutto evidente il legame antico e attualissimo tra le due cose- sono entrambe il frutto avvelenato della desertificazione culturale eteroimposta alla società italiana dalle forze del mercato sovranazionali, che hanno sostituito la stessa classe politica “autoctona” nella determinazione dell’indirizzo politico e svuotato di senso il processo elettorale.

Come ciò agisca, tra trasformazioni sociali deflazioniste e antitetiche alla tutela del lavoro di tutti, cioè al valore di vertice della nostra Costituzione, lo si è visto in una continua progressione di stagnazione della crescita (proprio a partire dall’imposizione del “vincolo esterno”), oscillante tra out-put gap e recessione, che ha disseminato una crescente disoccupazione e la distruzione dei diritti sociali: cioè, precariato e flessibilità nell’occupazione lavorativa (quando c’è), drastica riduzione della previdenza pubblica principalmente pensionistica, del servizio sanitario universale, del livello delle prestazioni della scuola e dell’istruzione pubbliche, e di ogni altra prestazione che la Costituzione aveva affidato allo Stato democratico nazionale.

Insomma, se davvero, un senso di ribellione (se non di crisi di coscienza) verso gli esiti del vincolo esterno, sta pervadendo la gran maggioranza delle forze politiche italiane, – cosa prevedibilissima ma che solo tre o quattro anni fa sarebbe risultata sorprendente per “l’uomo della strada”-, le proposte politiche conseguenti dovrebbero necessariamente essere coerenti e funzionali a questo mutato scenario di riferimento.

Non si può continuare con gli slogan della “governabilità” e della esigenza di rendere più efficiente la nostra Costituzione: sarebbe una continuità di rimedi e di aspirazioni strettamente conseguenti dalle nefaste scelte che, a parole, si vorrebbero criticare e in gran parte rinnegare.

Quando alcuni anni fa, avevamo sintetizzato le ragioni per le quali dovessimo rivendicare che “La Costituzione del 1948 non si tocca”, avevamo delineato un quadro semplificato anticipatore, già allora, della fotografia del confuso presente:

“L’analisi parte dalla Costituzione, per illustrare come il suo modello sia il frutto di 150 anni di lotte sociali e di problematiche che vennero affrontate in un modo che teneva già conto di tutto quanto, nella sua attuale riproposizione ordoliberista, si riaffaccia, con implacabile “ovvietà”, sul palcoscenico della Storia umana.

…a quella scelta, operata in un (raro) momento felice comune all’intera Nazione, e al termine di una tragedia, dovremmo saldamente attenerci.

Per evitare “che tutto questo si ripeta“.

[Incombe sempre] il pericolo di dare per scontato che occorra “fare le indispensabili riforme, propinando, al corpo sociale stremato, dosi ulteriori della stessa medicina avvelenatrice ordoliberista (o semplicemente spaghetti-liberista); un pericolo sempre presente.

Anzi, radicatissimo e diffuso.

Ci dovremo parare le spalle sia dalle offensive dei diritti cosmetici che dalle pulsioni anti-Stato democratico che attaccano a forbice la sovranità costituzionale.

Questa battaglia è già in sè impervia: simultaneamente dovremo prepararci al collasso dell’euro e al tentativo di rilancio dell’internazionalismo liberoscambista che verrà fortissimamente tentato in preparazione di questo collasso”.

Una cosa, dunque, si imporrebbe come segno di coerenza con la riscoperta dell’interesse nazionale sovrano da parte dell’attuale classe politica italiana (tranne alcuni giapponesi dediti all’€uropeismo “fuori tempo massimo” della Storia): di abbandonare per la sua dannosa superfluità, l’idea delle riforme costituzionali “adeguatrici” (A COSA?), della “governabilità” (esclusivamente al servizio dei mercati sovranazionali), e delle leggi elettorali asservite a questi obiettivi.

Sulla inanità, figlia della perdita delle “risorse culturali”, di queste idee, lasciamo volentieri la parola ai ben consapevoli Padri Costituenti (ringraziando i miei preziosi commentatori).

Ecco l’interpretazione “autentica” di Mortati rispetto alla straordinaria “unità di intenti” che si raggiunse in sede Costituente:

“Del tutto infondato appare, anche al più superficiale esame, attribuire carattere compromissorio a tali proclamazioni [di principio dalle quali è da attingere il criterio di graduazione dei molteplici interessi voluti tutelare], poiché esse risultano, se considerate nel loro nucleo essenziale, espressione univoca e coerente, in ogni loro parte, della volontà della grande maggioranza dell’Assemblea (8)”
Nota 8: “Jemolo, op. cit., p. 15 si è domandato quale classe politica rifletta, e quali aspirazioni di questa classe politica assecondi la Costituzione (con riferimento all’ opinione secondo cui questa si informerebbe al pensiero cristiano-sociale). Esatto quanto ritiene l’ A. che questo pensiero non abbia linee che valgano a dargli una vera fisionomia propria. Ma è vero che sussista tale ispirazione? Se alla concezione cristiana si voglia ricondurre il profondo motivo espresso dalla Costituzione essa deve essere intesa in un largo senso, non collegandola all’origine storica ed all’elaborazione dogmatica, in un senso analogo cioè a quello messo in rilievo da un noto saggio del Croce. Calata nella realtà di oggi quella concezione trova la sua più autentica espressione negli ideali del socialismo. Ed è a questa realtà che la nostra Costituzione ha voluto adeguarsi. (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 468)”.

Ed ecco il chiaro pensiero di Mortati sul mito (neo-liberista) della governabilità:

“Mortati, che qualcuno ha avuto la faccia di bronzo di tirare in ballo fra i presunti padri nobili della riforma, afferma, pensate un po’, che non c’è bisogno di alcun rafforzamento dei poteri del governo, perché i poteri necessari allo svolgimento delle sue funzioni in Costituzione ci sono già tutti.

Non solo negli artt. 76 e 87, ma anche e soprattutto nell’art. 41: “Efficacia culminante, nel senso espansivo dei poteri di Governo, assumono poi i programmi ed i controlli, non già solo autorizzati ma imposti, secondo la logica del sistema, dall’ ultimo comma dell’ art. 41, che non possono, per la loro stessa natura, se non incentrarsi, entro le linee fissate dalla legge, nel potere esecutivo.” (C. Mortati, Considerazioni sui mancati adempimenti costituzionali in in Aa. Vv., Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea costituente, Vol. IV, Vallecchi, Firenze, 1969, pp. 478).

E ancora, la chiarezza di visione dell’interesse democratico generale, si rifletteva nelle più comuni, e autorevoli, interpretazioni della Costituzione che erano proposte PRIMA dell’inoculazione della tossina del “vincolo esterno”:

“…l’impostazione keynesiana della Costituzione era un dato tanquillamente riconosciuto dalla dottrina.

Nel commento all’art. 4 del canonico commentario Branca (Commentario della Costituzione a cura di G. Branca, Zanichelli, Bologna, 1975, pag. 220), Federico Mancini, non esattamente un estremista (o magari sì, ma, più tardi, in senso europeista), scriveva: “[…] si potrà osservare che una politica rispettosa del dettato costituzionale avrebbe dovuto articolarsi, da un canto, in una serie di misure intese a realizzare un efficiente servizio di collocamento e a migliorare la formazione professionale della manodopera (v. anche art. 35 2° comma e 38 3° comma); dall’altro, secondo la classica ricetta keynesiana, nell’adozione di programmi di spesa in investimenti sociali idonei a espandere la domanda aggregata.”
Il commento dedica, tra l’altro, un interessante en passant a Prodi e Andreatta (pp. 244 e ss.), accusati, citando Rodotà (!), di “fremiti neoliberisti” per quanto scrivevano in due volumi del ’73:

“«Il congelamento dei posti di lavoro in uno specifico impianto produttivo», «l’impossibilità di licenziare e di organizzare il lavoro all’interno della fabbrica» [questro è Prodi], la «ferrea stabilità d’impiego in quel posto di quel reparto di quella fabbrica di quel comune» [questo è Zappulli sul Corsera] sono il simbolo e insieme il prodotto di una politica che a tutto mira fuorché a promuovere condizioni generali di sviluppo

E le loro nefaste conseguenze stanno davanti ai nostri occhi: un’economia bloccata che minaccia di adagiarsi nel ristagno, un aumento della disoccupazione soprattutto tra le leve che s’affacciano per la prima volta sul mercato, uno sviluppo pauroso delle forme di lavoro precario; e — ultimo, ma non meno grave — quell’effetto caratteristico del «minor timore» con cui gli occupati guardano alla prospettiva della disoccupazione che è l’« emergere dalla base di piattaforme improbabili» (inquadramento unico, centocinquanta ore, salario garantito ecc.) [questo è il buon Andreatta]”.

Risponde Mancini: “[…] anche a prescindere da affermazioni impudiche come quella di chi si duole che la diminuita paura della disoccupazione abbia tolto di mezzo un deterrente contro l’emergere di piattaforme « massimalistiche » [ mi auguro non sfugga la ricorrenza della lamentela] — è la loro interpretazione, la filosofìa su di essi costruita che non possono essere accolte; che vanno, anzi, ribaltate.”
“[…] suggerendo il ritorno al licenziamento « facile» — e cioè al requisito fondamentale per il ripristino dello sfruttamento di allora —, gli economisti di cui s’è detto si fanno portavoce di una risposta tra le più miopi che la domanda operaia di benessere e di potere abbia ricevuto negli ultimi due anni; una risposta non meno indicativa del vuoto strategico in cui si dibatte il padronato italiano di quella consistente nel ricorso al lavoro precario che pure essi giudicano una iattura.”
[…]
“D’altra parte, l’ostacolo — una certa rigidità nell’uso della forza-lavoro e le condizioni che l’hanno resa possibile, prime gli art. 13 e 18 dello statuto —- è una conquista della classe operaia da cui l’intera società ha tratto vantaggio in termini di crescita civile. Come tale, non può essere messo in discussione. « Lo spreco di capitale » provocato « dal riposo delle macchine », per dirla col presidente dell’Iri, è senza dubbio un male; lo spreco di uomo, questo « animale diurno che ha un suo ciclo biologico e viene violentato se lo si costringe a lavorare in condizioni troppo lontane da quel ciclo » è il male.
A siffatta gerarchia di valori anche Taylor redivivo non rifiuterebbe il suo piccolo omaggio a fior di labbra. Ma, nell’economia del nostro discorso, il punto centrale è un altro; ed è formulabile dicendo che, lungi dal contraddire in principio le esigenze della lotta alla disoccupazione, la difesa della condizione operaia può agire positivamente su di essa.”

Sulla legge elettorale, in questo quadro di democrazia, che non ha certo mancato di portare alla più grande crescita italiana della sua Storia di unità nazionale, garantendo un quadro di poteri di governo adeguato a questo scopo primario, ci dice Lelio Basso (altro massimo esponente, giuridico ed economico, della visione della Costituente):

“… Oggi non si discute più…quale sia il sistema elettorale più adatto a far nascere un’assemblea che rifletta, come uno specchio, la fisionomia politica del Paese, ma al contrario QUALE SIA IL SISTEMA ELETTORALE CHE MEGLIO CONSENTA DI DEFORMARE QUESTA FISIONOMIA NEL PAESE.

Poiché il partito di maggioranza sa di essersi notevolmente indebolito…esso si preoccupa di trovare un sistema che, falsando la volontà del Paese, gli conservi quella maggioranza di cui non può più disporre. Il problema attorno a cui si arrovellano i cervelli democristiani è ormai soltanto questo: data una determinata situazione politica del Paese, in cui il governo non dispone più della maggioranza dei consensi, trovare la legge elettorale che gli dia egualmente la maggioranza dei seggi.
Come nel 1924, quando la rappresentanza proporzionale fu sostituita con la legge Acerbo, questo capovolgimento di indirizzo significa il CAPOVOLGIMENTO DEI PRINCIPI SU CUI SI FONDA LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE, la quale ha per presupposto appunto l’alternarsi delle maggioranze, cioè la possibilità data alla minoranza di diventare maggioranza, mentre le leggi elettorali basate sui cosiddetti “premi di maggioranza”, del tipo della legge Acerbo…hanno invece lo scopo opposto di perpetuare la maggioranza esistente, di creare UN BLOCCO MASSICCIO DI DEPUTATI NON SORRETTO DA UN’ADEGUATA FORZA NEL PAESE, e perciò stesso di sopprimere la funzione democratica del Parlamento e annullare la vita democratica del Paese.

Nove mesi dopo le elezioni fatte con la legge Acerbo nasceva in Italia la dittatura fascista attraverso il colpo di forza del 3 gennaio, che la Camera, nata a sua volta da una legge antidemocratica, non poteva che avallare. IL CHE IN ALTRE PAROLE VUOL DIRE, OGGI COME IERI, CHE LA SOPPRESSIONE DELLA PROPORZIONALE indica la volontà del governo di PASSARE DALLA FASE DI DEMOCRAZIA PARLAMENTARE A QUELLA DI STATO-REGIME”

[L. BASSO, Proporzionale e democrazia parlamentare, in Il Comune democratico, aprile 1952, n. 4, 101-102].

8.1. E tutto questo può risultare chiaro e fondamentale, purché sia chiara la ragion d’essere del sistema proporzionale, una volta calato dentro il sistema di poteri, certamente “governabili” (e in effetti “governati” con successo), della nostra Costituzione del 1948:

“Oggi invece ogni Costituzione moderna, che risponda alle esigenze della vita moderna, considera che IL FULCRO DELLA VIA COSTITUZIONALE, IL CENTRO, IL PUNTO DI EQUILIBRIO DELLA VITA COSTITUZIONALE, NON È PIÙ QUESTO EQUILIBRIO FRA L’ESECUTIVO E IL LEGISLATIVO, inteso il legislatore come rappresentante della volontà indistinta di tutto il popolo, ma è viceversa L’EQUILIBRIO FRA MAGGIORANZA E MINORANZA, fra una parte del popolo e un’altra parte del popolo; diremmo, se volessimo introdurre il concetto in termini nostri, marxisti, FRA CLASSI DOMINANTI E CLASSI DOMINATE E OPPRESSE.

Ma se non vogliamo tradurlo in termini marxisti, fra maggioranza parlamentare da cui si esprime il governo, che è quindi un tutt’uno con il governo, con coloro cioè che presiedono alla funzione esecutiva, e la minoranza che ha viceversa una funzione costituzionale di stimolo e di freno, a seconda dei casi, e di controllo dell’attività della maggioranza.

Non vi è, dicevo, nessun dubbio, che la dottrina costituzionalista moderna ha posto a fondamento della vita costituzionale di uno stato democratico non più semplicemente il rapporto fra esecutivo e legislativo e non più semplicemente l’affermazione del principio maggioritario come espressione della volontà di tutto il popolo, ma un principio maggioritario e minoritario, cioè di un certo equilibrio che deve essere tenuto fra maggioranza e minoranza, equilibrio per cui la maggioranza legiferi con il rispetto della minoranza, con il rispetto dei diritti fondamentali che le Costituzioni moderne riconoscono alle minoranze…
Lo scopo delle elezioni non [è] quello di indicare una maggioranza e di darle un largo margine perché essa possa meglio governare secondo i propri principi, ma [è] invece quello di INDIVIDUARE LE DIVERSE CORRENTI POLITICHE E DI ATTRIBUIRE A CIASCUNA IL SUO REALE PESO, IN MODO CHE IL GOVERNO POSSA POI TENERE CONTO DELLE DIVERSE ESIGENZE, E NEI LIMITI DEL POSSIBILE, CONTEMPERARLE.

… se la presenza e la funzione della minoranza è di rilievo costituzionale (e, ripeto, non v’è dubbio che sia di rilievo costituzionale, talché la nostra Costituzione attribuisce diritti alle minoranze, e fra l’altro appunto quello di far convocare il Parlamento ai sensi dell’art. 62), essa minoranza deve essere presente con il suo peso effettivo.  

Se il rapporto minoranza-maggioranza, che è un rapporto fondamentale, basilare nella vita dello stato moderno è artificiosamente alterato, è artificiosamente alterata la base e la vita dello stato moderno. La minoranza viene privata delle possibilità, delle podestà, dei diritti, delle garanzie che la Costituzione le offre; LA TUTELA COSTITUZIONALE È PRATICAMENTE ANNULLATA…”.
[L. BASSO, La violazione dei diritti del corpo elettorale, in Mondo Operaio, 20 dicembre 1952, n. 24, 7-10].

Che questo insieme di principi democratici “sostanziali” abbia contribuito alla crescita ed alla prosperità della Nazione, come attestano le serie storiche degli indicatori italiani nei primi 25-30 anni del dopoguerra, ha una ragion d’essere che, sul piano del modello economico, consapevolmente adottato, dovrebbe essere ben presente a tutta la nostra attuale classe politica. E senza indulgere in equivoci che sono quelli che hanno portato alla de-sovranizzazione dell’indirizzo politico-economico italiano e allo svuotamento del senso delle elezioni.

Questa consapevolezza è, nella prospettiva della “liberazione” dal vincolo €sterno, essenzialissima:

“E pensare che basta una lettura dei documenti dell’epoca per chiarire l'”equivoco”.
Per esempio sulla relazione della Presidenza della Commissione per lo studio dei problemi del lavoro del Ministero per la Costituente, un documento ripetutamente citato nei lavori dell’Assemblea, leggiamo:
“Fu esattamente detto che ad ogni forma di economia corrisponde un regime. E tutte le Sottocommissioni sono state unanimi, perciò, nell’auspicare che la nuova Carta costituzionale contenga almeno quei primi principii che, riconosciuto il lavoro come elemento della organizzazione sociale del popolo italiano, traccino le direttive della legislazione futura in materia di lavoro, in guisa tale che la dignità della sua funzione, la sua più ampia tutela ed ogni possibilità futura di sviluppo della sua posizione nell’ordinamento sociale siano assicurate.

Si è già rilevato che la Commissione ha considerato il lavoro come uno degli elementi ma non come il solo elemento rilevante della organizzazione economica e sociale. Da ciò bisogna dedurre il riconoscimento della proprietà privata dei mezzi di produzione, e quindi una tuttora persistente funzione del capitale privato nel processo produttivo.

La Commissione, nel suo complesso, tenuto anche conto delle risposte al questionario e degli interrogatorii, si è orientata verso un sistema eclettico che comprende così il principio della «sicurezza sociale» come quello del «pieno impiego», recentemente affermatisi in America ed in Inghilterra, con decisiva tendenza verso ogni forma di benintesa cooperazione.

La possibilità di occupazione nella attuale situazione non può essere creata che da una politica di spesa pubblica e da una politica di lavori pubblici.  

L’orientamento teorico della Commissione, come risulta anche dalla relazione della Sottocommissione economica, è volto verso le teorie della piena occupazione, in quanto essa risulti attuabile nel nostro sistema di produzione, teorie che stanno alla base dei piani Beveridge e consimili. La relazione rappresenta perciò una indicazione di politica economica che corrisponda alla realizzazione del principio giuridico del diritto al lavoro.”

Se veramente si vogliono la ripresa della crescita, la soluzione del problema della disoccupazione ed il superamento del sistema ordoliberista dei trattati, incentrato sulla competizione tra Stati anticooperativa, non si possono ignorare queste risorse, già pronte e disponibili, poste come principi legali supremi dall’attuale Costituzione.

Perché “cambiare per cambiare”, senza averne piena coscienza e memoria storica?

Perché piegarsi anche nell’attimo fondamentale di “rigetto” del vincolo €sterno e di rivendicazione della sovranità, al linguaggio e agli interessi di coloro che questo vincolo ci hanno crudelmente e cinicamente imposto?

La risposta a queste domande fa tutta la differenza.

Tra un’agonia insensata, e senza fine, e il riconoscersi in una nuova unità nazionale volta alla prosperità condivisa di tutta la comunità italiana, ritrovata nella solidarietà e fratellanza.

Questo, e non altro, è il momento in cui la Storia ci impone di ritrovare le risorse culturali per uscire dalla crisi.

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