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I POSSIBILI RIALLINEAMENTI NELL’EUROZONA. COSA MISURARE VERAMENTE? (di The Statistical Intruder)

 

 

 

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Un recentissimo articolo di due ricercatori francesi1 ci mostra come per l’Italia l’aggiustamento del cambio in caso di uscita dall’area euro sarebbe praticamente nullo (cfr. tabella qui sotto).

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Al contrario, un’elevata svalutazione sarebbe attesa per le monete francesi e finlandesi. Questi numeri vanno intesi come aggiustamenti nei confronti di una media ponderata dell’euro-area e derivano dall’analisi degli squilibri interni ed esterni dell’Eurozona presentati nell’Independent Annual Growth Survey 2016: Give Recovery a Chance (pp 96-101) dell’OFCE2. Essi sono stati ottenuti seguendo il cosiddetto approccio del tasso di cambio d’equilibrio fondamentale (TCEF o FEER se si vuole utilizzare l’acronimo inglese), che corrisponde all’aggiustamento di prezzo del valore aggiunto necessario all’interno dell’eurozona affinché i paesi membri raggiungano sia l’equilibrio esterno (un conto corrente che stabilizza la posizione netta con l’estero) che quello interno (azzerando l’output gap). In tale metodologia l’obiettivo da raggiungere attraverso la bilancia dei pagamenti è quello di stabilizzare la posizione netta con l’estero dopo 20 anni al -35% del PIL o al livello corrente se esso è già migliore del -35%3. Inoltre le stime presentate non fanno affidamento ai modelli nazionali degli stati membri dell’Eurozona quanto piuttosto su un modello multinazionale assai incompleto e basato sulle 11 nazioni più grandi dell’area euro, con il resto del mondo a fare un blocco unico. Il risultato per l’Italia viene spiegato dai due autori con due fatti: anzitutto che la parte corrente della nostra bilancia dei pagamenti è assolutamente in equilibrio (anzi è ormai fortemente positiva) e, in secondo luogo, che la posizione netta con l’estero è solo leggermente negativa4.

Da ultimo il calcolo è stato effettuato nell’ipotesi che i prezzi dei paesi fuori dell’eurozona rimangano costanti se espressi in euro. L’Italia registrerebbe così una necessaria riduzione del prezzo del suo valore aggiunto del 9,9% rispetto alla Germania (si veda tabella 6 pag. 99 del iAGS 2016) che si tradurrebbe in un sostanziale zero quando viene considerata la media ponderata di cui sopra. Come appena detto quindi, i risultati dipendono dall’enorme peso che viene dato ad una posizione netta con l’estero attorno al -25/-30% dell’Italia e ad una bilancia commerciale positiva.

Diversi risultati vengono raggiunti invece dal modello macroeconomico di medio periodo dell’associazione “Asimmetrie” per la sola Italia (Bagnai, Mongeau-Ospina, 2014)5. Il modello è appunto nazionale e quindi già di per sé molto diverso da quello multinazionale dell’OFCE ma non per questo meno efficiente. Esso è un modello a 72 equazioni di cui 29 stocastiche espresse in forma a correzione dell’errore che fa uso di dati annuali e basato sul modello AS/AD con relazioni di lungo periodo che tengono in opportuno conto la possibilità che vi siano delle variazioni nei parametri di lungo periodo. Il modello considera 7 diverse aree del globo che commerciano con l’Italia: il centro dell’eurozona, la periferia dell’eurozona, le altre nazioni europee, gli Stati Uniti, le nazioni OPEC, i BRIC e il resto del mondo che quindi non è considerato un blocco unico come nel caso precedente. L’articolo di Bagnai e Mongeau-Ospina mostra come le condizioni di Marshall Lerner per l’Italia siano particolarmente favorevoli nei confronti dei paesi all’interno dell’eurozona, così come nei confronti degli USA e degli altri paesi europei non appartenenti all’eurozona. Esse invece non sarebbero verificate nei confronti dei paesi OPEC (0,83 nel lungo periodo, cfr. tabella qui sotto) a causa della dipendenza energetica del nostro paese (e quindi a causa di un particolare tipo d’import piuttosto inelastico).

I due autori poi considerano una svalutazione del 20% dell’euro o di un’ipotetica neo-lira e vedono che – pur non tenendo conto di effetti di medio periodo via curva di Phillips sull’occupazione e quindi sui prezzi dei beni prodotti in Italia – l’analisi d’equilibrio parziale di medio periodo mostra come la svalutazione della neo-lira sarebbe assolutamente preferibile per l’Italia anche in un orizzonte di medio periodo (fino a 5 anni) e che il guadagno non sarebbe limitato solo ai paesi al di fuori dell’eurozona m anche a quelli all’interno (che valgono circa il 40% del commercio del nostro paese).

Come si coniugano risultati apparentemente diversi? Anzitutto i due articoli rispondono a domande diverse come è ben possibile notare. In secondo luogo, il primo articolo si ferma ad una definizione della posizione netta con l’estero d’equilibrio estremamente conservativa. Di certo un negoziato anche molto cooperativo diretto ad uno smantellamento controllato dell’eurozona non potrebbe considerare favorevolmente una posizione netta ferma attorno al -28% del PIL nell’arco di 20 anni. In terzo luogo, le differenze metodologiche fanno propendere per una maggiore robustezza del modello di asimmetrie che auspichiamo possa essere allargato anche ad altri paesi. Ad esempio, nel modello OFCE manca ogni riferimento alla possibilità che i parametri di lungo periodo possano variare, mentre vengono utilizzate solo alcune stime di sensitività della bilancia commerciale strutturale nei confronti dell’output gap di un paese analizzato e di quello ponderato dei suoi partner. Insomma, il diavolo è nei dettagli anche se i due approcci e le due diverse domande di ricerca potrebbero trovare un trait d’union.

1 Cédric Durand (Université Paris 13) e Sébastien Villemot (OFCE – Sciences Po) “Balance Sheets after the EMU: an Assessment of the Redenomination Risk”, OFCE WP 2016 – 231 10 ottobre 2016. http://www.ofce.sciences-po.fr/pdf/dtravail/WP2016-31.pdf

3 Il -35% del PIL corrisponde al limite inferiore incorporato nella procedura macroeconomica di squilibrio (MIP) i cui indicatori dovrebbero essere rispettati dagli stati membri dell’eurozona.

4 Più specificatamente il modello OFCE studia lo squilibrio esterno di un paese calcolando la differenza fra una bilancia commerciale strutturale e una bilancia commerciale che stabilizza la posizione netta con l’estero ad un livello desiderato del PIL. La bilancia commerciale strutturale dipende invece dall’output gap dell’economia. Tanto maggiore e negativo esso è tanto più debole è la domanda interna e quindi tanto più depresse sono le importazioni. La riduzione del gap determinerebbe un peggioramento della bilancia commerciale di un paese. La bilancia commerciale strutturale dipende anche dall’output gap dei partner commerciali. Se essi hanno un output gap negativo, domandano anche meno importazioni dal paese in questione. Una riduzione del loro output gap quindi determina anche un incremento delle loro importazioni (via aumento della loro domanda) ed un miglioramento della bilancia commerciale del paese analizzato.

5Some preliminary results with a/simmetrie model of the Italian economy”, giugno 2014.

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