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FMI: contrordine compagni il liberismo non è poi così buono. di Davide Amerio

 

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La notizia secondo cui all’interno del FMI si è aperto un dibattito (o una confessione) sul sistema neoliberistico che domina, e opprime, da molti anni la scena economica mondiale, è un sollievo ma con qualche fonte di preoccupazione.

Se viene riconosciuto che questo sistema economico è la causa dell’aumento continuo delle diseguaglianze sociali e che le politiche di austerity non hanno prodotto quel recupero del benessere e dello sviluppo come promesso, ci si può rallegrare. Ciò non di meno abbiamo la conferma, e qui è il dato preoccupante, di come l’economia sia sempre più uno strumento politico che una scienza esatta indipendente. Dico questo perché negli ultimi 30 anni, soprattutto con la diffusione della Tv come fenomeno di massa progressivamente occupato da fazioni politiche, la figura dell’economista è sempre stata presentata come quelle dell’ “esperto” che ha in mano tutte le soluzioni prescindendo dalle sue convinzioni “filosofiche” sugli argomenti trattati.

In un paese dove mediamente i “risparmiatori” si recano in banca per giocare al monopoli del guadagno con i propri risparmi senza conoscere la differenza tra un’azione e un’obbligazione, è facile spacciare una ricetta economica come la panacea di tutti i problemi. Così è avvenuto e i costi in termini economici e sociali li conosciamo bene. Ogni teoria economica sposa una visione del mondo e dei rapporti economici tra i soggetti. Bisognerebbe avere l’onestà intellettuale per far capire che non esistono ricette “magiche” e la complessa società di cui facciamo parte necessita l’immaginazione, e lo studio, di soluzioni che devono sempre essere messe in atto con spirito critico.

La storia ci insegna invece che l’economia è stata strumentalmente utilizzata per fini meramente politici di gruppi di interesse ben definiti. Essendo le attuali classi politiche e “manageriali” protagoniste di questa ipocrisia c’è ben poco da attendersi a meno di una “liberazione” da questo stato di occupazione da parte di incompetenti e/o nemici dell’interesse collettivo.

Tutti parlano di crescita e di lavoro. Ma di quale crescita e di quale lavoro stiamo parlando? Tempo addietro mi è capitato di ascoltare alcuni politici e intellettuali in una trasmissione televisiva nella quale si parlava del “lavoro”. Tutto il dibattito si articolava in posizioni da comari di paese: i giovani non hanno voglia di fare certi mestieri, non ci sono più i giovani di una volta, non si può più pretendere di avere diritti come un tempo, etc. etc.

Una corrente di pensiero molto in auge vede il lavoro come un’astrazione, una variabile a se stante su cui agire nei modi più disparati e articolati; per esempio con pioggia di denaro a fondo perduto per “mantenere” i “posti”. Con questa filosofia la sinistra ha sperperato ingenti capitali a beneficio di aziende cotte e stracotte che alla fine sono andate ugualmente in malora ma con il sorriso sulle labbra di quegli imprenditori beneficiari di tanta generosità.

Il lavoro è una conseguenza del sistema economico in essere; della sua capacità non di creare “posti” ma “opportunità” di lavoro. Se il sistema non genera opportunità, i posti li posso solamente avere se “pago”. Ma sulla crescita, necessaria a produrre opportunità, ci sono alcune precisazioni che dovrebbero essere fatte: di quale “crescita” stiamo parlando? Produciamo e cosa produciamo? Come lo produciamo? Quale visione strategica abbiamo della nostra capacità produttiva (merci, servizi, innovazione)?

Non siamo più negli anni ‘50, mentre sembra che non pochi in campo politico siano fermi a quel periodo, per cui è sufficiente parlare di crescita e produrre qualunque cosa e tutto va bene. Siamo oggi invece soggetti a molti più vincoli e consapevolezze. Saturazione dei mercati interni, inquinamento, ciclo dei rifiuti, approvvigionamento energetico, trasporti, etc etc.

In ambito tecnologico e scientifico ci sono progressi esponenziali che possono aprire nuove visioni del mondo, del modo di produrre e del livello di benessere distribuito.

Nell’ambito della AI (Artificial Intelligence) i progressi sono tali da far scorgere una società nella quale la maggior parte del lavoro è svolto dalle macchine in grado di apprendere autonomamente il necessario per compiere determinate funzioni (Machine learning).

In questo scenario, raccontano gli scienziati, l’uomo è destinato a “subire” la stessa sorte del cavallo. Il nobile animale è stato per secoli il “motore” dello sviluppo economico. Oggi non è più così e i cavalli sono “a riposo” con destinazione d’uso ludica piuttosto che lavorativa. Bene, stessa sorte toccherà all’uomo. Alcuni si spingono a considerare che con la messa in opera dell’AI, la quantità dei lavori oggi conosciuti che scomparirebbero (o sarebbero esercitati con l’uso di macchine) sarebbe tale da generare una disoccupazione del 45% nella popolazione. Gli scienziati specificano che la domanda non è “se” questa rivoluzione ci sarà, ma semplicemente “quando”. Tradotto con una battuta: potremo avere l’automobile che guiderà da sola da casa sino al posto di lavoro ma il nostro lavoro rischiamo di non averlo più perché lo farà una macchina.

Di fronte a uno scenario del genere è possibile pensare di applicare le regole e le teorie dell’economia così come le conosciamo? Possiamo pensare che le attuali classi “dirigenti” siano all’altezza del compito? Se questo è il futuro, non così lontano come pensiamo, occorre costruire nuovi modelli e paradigmi. Soprattutto in ambito educativo e informativo. Il modello creato dai sistemi MOOC (Massive Open On Line Course) che vede oggi la partecipazione di milioni di utenti (studenti) di ogni paese in compagnia delle maggiori università del pianeta (finalmente con l’arrivo anche di alcune italiane), è un primo passo verso quella diffusione del sapere necessaria nel ridisegnare i nostri sistemi economici e sociali.

Fuori dalla retorica politica il futuro comporterà sempre più una diffusione della conoscenza – gratuita e accessibile – per avere cittadini informati, preparati e versatili. Si lavorerà di meno – altro che job acts – e le lingue straniere conteranno come quella madre. Saranno necessari strumenti per gestire le fasi di transizione personale (come per esempio un reddito di cittadinanza) e di democrazia diretta e partecipativa per condividere le decisioni.

Di fronte a tutto questo l’ortodossia dei modelli economici e sociali che qualcuno vorrebbe ancora imporre (come l’Europa o il FMI) sono pura preistoria.

Davide Amerio – tgvallesusa

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