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FINITA LA SP€NDIBILITA’ DELLA BUFALA DELLA GLOBALIZZAZION€ INIZIA LA SOLFA DEL “PROTEZIONISMO-BRUTTO”. (di Luciano Barra Caracciolo)

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Un interessante articolo di Luciano Barra Caracciolo che potete trovare sul suo blog :Orizzonte48

Una necessaria premessa introduttiva.
Trump, appena eletto, su domanda di un giornalista, indica, come futuro segretario del Treasury, Steven Mnuchin: questi ha lavorato per 17 anni a Goldman&Sachs, succedendo al padre in una carriera pluridecennale presso la stessa banca. Tra le esperienze lavorative di Mnuchin anche un periodo presso il Soros Fund Management, nonchè la produzione di film, anche importanti, come la serie X-men e Avatar. 
Secondo Zerohedge, l’alternativa a Mnuchin sarebbe il “JPMorgan CEO Jamie Dimon“:sottolinea il blog che milioni di supporters di Trump sarebbero delusi da nomine del genere, e che “l’unica ragione per cui un banchiere diventa segretario del tesoro è quella di poter vendere tutte le proprie stock options, al momento di assumere la carica pubblica, senza dover pagare alcuna tassa”.
Siano indicazioni fondate o meno, quel che è certo è che Trump non parrebbe, allo stato,disporre “delle risorse culturali” sufficienti per svolgere, anche solo in parte, un programma che include la reintroduzione del Glass-Steagall, la monetizzazione del debito (riacquistandoquello già emesso), nonché il por fine alla stagione dei grandi trattati liberoscambisti.

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Financial Times @FT

Mergers and acquisition bankers are now spinning a different story for what a Trump presidency means for dealmaking http://on.ft.com/2g0VqCi 

19:18 – 10 Nov 2016



E’ pur vero che ove neppure tentasse di far ciò entrerebbe in conflitto con la base sociale (la working class) che lo ha eletto: ma, in compenso, come sottolinea Politico, si vedrebbe “riabilitato” da Wall Street e godrebbe di solidi appoggi bi-partisan nelle Camere.
Dunque, che sia lui il liquidatore del globalismo finanziario e il paladino del ritorno aeconomie nazionali meno aperte, rimane un punto interrogativo, una supposizione tutta da dimostrare.

1. Chissà perché si grida al “severo protezionismo” quando sarebbe in gioco, al più, “solo” (la prospettiva di) un ritorno al modello di financial regulation – o, se preferite, “repressione finanziaria“-, per consentire una razionale de-globalizzazione e un certo qual ripristino del modello di sviluppo che “punta sulla domanda interna”; quel modello che lo stesso Eichengreen definisce Coordinated Capitalism e che fu proprio il sistema prescelto, dopo il 1945 (!), per garantire la pace e il benessere crescenti in Europa e un maggior sviluppo (poi venuto meno con la globalizzazione) nel resto del mondo.

Si crede davvero che la deregulation massima nella circolazione dei capitali, legata alla riduzione del rischio di cambio innestata dalle “monete uniche”, sia un modo di garantire la pace, piuttosto che il predominio del capitale nel conflitto sociale e delle economie nazionali più forti su quelle da rendere alla stregua di “colonie“?

  1. Questa questione del protezionismo è veramente oggetto di un abuso mediatico-espertologico ormai divenuto intollerabile.

A parte il sopra linkato Chang, che ha offerto i dati della (maggior) crescita “globale” (non solo in Europa), che aveva garantito il sistema pre-globalizzazione, legato per un lungo periodo a “Bretton Woods” e ad un ruolo nettamente diverso svolto dalle politiche tariffarie e dal FMI; a parte un Krugman (forse oggi un po’ dimentico di se stesso) che aveva evidenziato la inanità della regola, implicita nel Washington Consensus e nella costruzione €uropea, della competizione tra Stati (qui, p.1), come condizione di effettiva crescita, giova ricordare che“protezionismo” non è affatto un concetto univocamente definibile e privo di adattabilità alle circostanze della democrazia economica.

Ed è questo un punto importantissimo che su cui, nonostante lo “sconvolgimento Trump“, già si accumulano pericolosi ritardi mediatico-tecnocratici, sempre più imprudentemente incuranti dei “pericoli di un’ossessione” (per usare le parole di Krugman, sulla cui citazione torneremo).

  1. Ed infatti:

 

Possiamo quindi istituire una prima naturale distinzione che si connette straordinariamente al problema dell’€uropa:

 

  1. a) Il protezionismo adottato da Potenze imperialiste è l’altra faccia del liberoscambismo,perché ne costituisce l’evoluzione, conservativa delle posizioni dominanti raggiunte e, al tempo stesso, anche l’utile strumento oppositivo alla contenibilità di tali posizioni da parte di altri competitor statuali.

Questa evoluzione (connaturale agli interessi consolidati delle oligarchie che hanno promosso l’imperialismo liberocambista nella fase di conquista) può logicamente preludere al vero e proprio conflitto armato tra potenze imperialiste: ciascuna supportata dalle rispettive nazioni satellite, colonizzate politicamente o economicamente.

  1. b) Il protezionimsmo adottato da ordinamenti nazionali in via di sviluppo, e non dominanti sui mercati internazionalizzati, è invece un ragionevole strumento di crescita del c.d.”infant capitalism”, come spiegato da Chang ne “I Bad Samaritans” con riguardo a casi non certamente guerrafondai quali la Corea o, oggi, in UE, la “fascista” Ungheria.

Quando, dunque, non si tratti di Stati che, dal loro passato imperialista e colonialista, risultino ossessionati dalla egemonia sugli altri, il “protezionismo” nelle sue varie e modulabili forme, si rivela in definitiva uno strumento di avvio della democrazia economica e socialmente inclusiva; al contempo, se lealmente riconosciuto in funzione delle diverse esigenze di sviluppo della varie società statali, è uno stabilizzatore degli interessi dell’intera comunità internazionale a una convivenza pacifica”.

  1. Aggiungiamo, perché di questi tempi occorre essere molto precisi con la Storia politica ed economica, grossolanamente messa all’angolo, che il primo tipo di protezionismo è proprio del mercantilismo imperialista e, per via dei vincoli monetari e valutari (BC indipendenti e eurozona, su tutto),  è esattamente quello che diffonde un’irrisolvibile crisi occupazionale e di crescita in €uropa. Si tratta di ciò che Joan Robinson (in uno scritto, non casualmente, del 1977) definiva in modo eloquente così:

Free Trade Doctrine, In Practice, Is A More Subtle Form Of Mercantilism”.

La traduzione di questo estratto la affido ai più volenterosi dei commentatori:

“When Ricardo set out the case against protection, he was supporting British economic interests. Free trade ruined Portuguese industry. Free trade for others is in the interests of the strongest competitor in world markets, and a sufficiently strong competitor has no need for protection at home.  

Free trade doctrine, in practice, is a more subtle form of Mercantilism”.

 

  1. E dato che si parla di uno shock derivante dall’elezione di Trump, ritirando fuori l’accusa guerrafondaia al tipo di protezionismo tutorio delle sviluppo, – che sarebbe una soluzione, (molto temuta negli ambienti finanziari globalisti), alla secular stagnation provocata dal mercantilismo imperialista competizione tra Stati-, è estremamente interessante questo passaggio, tratto dal citato articolo di Krugman e riguardante proprio gli Stati Uniti (e il Messico). Ne sottolineo il “gran finale”, sull’idea della “produttività” e circa quella che pare essere proprio l’ispirazione “protezionistica” di Trump (rendendo contraddittoria la fiera opposizione di Krugman al neo-presidente):
    “…definire la competitività di una nazione è nei fatti molto più problematico che definire quella di una società per azioni (ndr; laddove K. muove dalla critica al preconcetto, tipico di Maastricht, che sia giovevole una “forte competizione” tra sistemi-Stato, cui venga attribuita la stessa dinamica di “conquista del mercato” internazionale, propria delle società per azioni).

La linea rossa per una società per azioni consiste letteralmente nei suoi confini: se una società per azioni non può permettersi di pagare i suoi lavoratori, i fornitori, i possessori di obbligazioni, uscirà dal business. Quindi quando noi diciamo che una società per azioni non è competitiva, intendiamo dire che la sua posizione nel mercato è insostenibile, ovvero che, se non migliora le sue prestazioni, cesserà di esistere. I Paesi invece non escono dal business. Possono essere contenti o scontenti delle loro prestazioni economiche, ma non hanno una linea rossa ben definita. Di conseguenza, il concetto di competitività nazionale è vago.

…Si potrebbe supporre, ingenuamente, che la linea rossa di un’economia nazionale consista semplicemente nella sua bilancia commerciale, che la competitività possa essere misurata dall’abilità di un paese di vendere all’estero più di quanto comperi. In teoria, come in pratica, un’eccedenza commerciale può tuttavia essere un segno di debolezza nazionale, mentre un deficit può essere un segno di forza.

Per esempio, il Messico fu costretto ad enormi eccedenze commerciali negli anni ottanta per pagare gli interessi sul suo debito estero, dato che gli investitori internazionali si rifiutavano di prestargli altri soldi; ebbe grandi deficit commerciali dopo il 1990 quando gli investitori stranieri recuperarono la fiducia e nuovi capitali cominciarono ad affluire. C’è forse qualcuno che voglia indicare il Messico come una nazione estremamente competitiva durante l’epoca della crisi del debito, o descrivere quello che accade dal 1990 in poi come una perdita in competitività?

…Consideriamo, per un momento, quello che la definizione vorrebbe dire per un’economia che fa poco commercio internazionale, come gli Stati Uniti negli anni cinquanta. Per una siffatta economia, la capacità di  bilanciare il suo commercio sta soprattutto nel trovare il giusto tasso di cambio.

Ma siccome il commercio internazionale è un piccolo fattore nell’economia, il livello di cambio influisce poco sugli standard di vita.

In un’economia con poco commercio internazionale, quindi, l’aumento degli standard di vita – e così la “competitività” secondo la definizione di Tyson – sarebbe determinata quasi completamente da fattori nazionali, in primo luogo dal tasso di crescita della produttività.

La crescita di produttività nazionale, punto e a capo, e non la crescita di produttività relativamente agli altri paesi.

In altre parole, per un’economia con poco commercio internazionale, “competitività” finisce per essere un modo curioso di dire “produttività”, senza avere niente a che fare con la competizione internazionale”.

  1. E dunque, che il protezionismo (del ritorno alla crescita), anzi, l’antiglobalismo della competitività basata esasperatamente sulla produttività comparata, appaia, adesso, muovere dal suo epicentro, cioè dal primo potere politico-militare del globo, sarebbe, in realtà, del tutto fisiologico nella dialettica della Storia.

Bastava, da anni, non fingere di non vedere, nell’ipocrisia e nella violenza mediaticamente profusa; non sbandierare le soluzioni di politica monetaria “unconventional” come capaci di ridurre il costo sociale della crisi; non fingere che l’occupazione degli USA fosse tornata al “pieno impiego“; capire che un dollaro sopravvalutato non è accettabile a tempo indefinito da lavoratori precari e a benessere ridotto da decenni

  1. La speranza, non possiamo nascondercelo, è che la linea Trump si riveli netta e capace di dare quella svolta capace di evitare al mondo un ulteriore lungo periodo di inutili sofferenze “globaliste” e, dunque, autoritarie, quali sono ora, proprio in quanto oligarchiche.

Una speranza che avevamo espresso da anni con queste parole, che sintetizziamo per linee essenziali:

“Il problema è che gli USA, non paiono coscienti di quanto in Europa l’operazione di distruzione del welfare, sociale e del lavoro, che pure continuano ad auspicare (“le irrinunciabili riforme strutturali”), conduca ad un assetto di forze che sono poi incontrollabili e, quindi, neppure correggibili con l’introduzione degli strumenti che essi stessi considerano come appropriati.

Non hanno capito che, una volta accettato di non contestare il legame tra limitazioni del deficit pubblico e auspicata destrutturazione definitiva del welfare, le riforme strutturali provocano un effetto politico di rafforzamento delle tendenze mercantiliste che oggi vorrebbero combattere: si tratta sostanzialmente della sindrome “dell’apprendista stregone”, (opposta a quella del “questa volta è diverso”).

 

Riusciranno gli USA a fermare tutto questo, se veramente sono interessati a questo tipo di “recupero” delle potenzialità dei mercati UEM?

 

Per farlo devono comprendere le ragioni profonde della loro stessa crisi sistemica: il neo-liberismo, non è buono se legato alle “nuove” politiche monetarie, mentre diviene “cattivo” se trasposto in Europa in forma di ordoliberismo a matrice mercantilista tedesca. Il liberoscambismo è un blocco unico di tendenze politiche che in Europa poteva affermarsi solo nella forma attuale: diversamente non sarebbe stato possibile fronteggiare e neutralizzare, in modo vincente, decenni di applicazione delle Costituzioni democratiche.

 

Non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. Ma non è possibile ritenere che un ripensamento di questo genere avvenga, da parte loro, in tempi accettabilmente brevi e senza traumi al loro stesso interno.”

  1. Ecco, forse, siamo arrivati a questa fase di ripensamento: e già oggi, “non senza traumi”.

Ma con la prospettiva, densa di positive speranze, che i costi, per il popolo USA, come per tutti gli altri ad esso interconnessi prima di tutto dalla tensione alla democrazia effettiva, non risulteranno mai così elevati come quelli che sarebbero derivati dalla conservazione della logica della “competizione tra Stati” e della competitività basata sulla domanda estera.

Una concezione che, oggi, aleggia ancora in €uropa, come lo spettro di un imperialismo mercantilista, sempre più goffamente camuffato da aspirazione alla pace.

Mentre è esattamente il suo opposto; mentre il protezionismo dello sviluppo della ricostruzione dei sistemi industriali nazionali, può portare veramente il ritorno alla crescita e alla vera “pace” del veramente “coordinated capitalism”.

Coordinato tra democrazie.

E su questo occorre vigilare. Specialmente ora…

 

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