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FALLIREMO TUTTI!….SIATENE CONSAPEVOLI! (analisi settore manifatturiero con dati CSC Confindustria)

La doppia recessione, dal 2008 ad oggi, ha distrutto definitivamente un pezzo di capacità produttiva del nostro paese (nella misura pari al calo del PIL  – 9,2% – anche e soprattutto per il calo di valore aggiunto, pari al 17%, connesso alla deflazione!

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Dato che l’82% dei nostri beni esportabili proviene dal settore manifatturiero,

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logica vorrebbe che TUTTI GLI ORGANI DELLO STATO LAVORASSERO IN MANIERA COORDINATA PER LA SALVAGUARDIA DEL NOSTRO SISTEMA MANIFATTURIERO.

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Come potete verificare dal grafico precedente, i diretti concorrenti al mondo dell’Italia per questione manifatturiera non sono i Cinesi, bensì i tedeschi, i coreani ed i giapponesi. E sappiate che più lo stato italiano vessa le imprese con controlli e cartelle, più la Germania riesce a fare SCOUTING in Italia per riempire il proprio Sud (le regioni dell’ex DDR come Sassonia o Baden Wuttemberg). Un mio cliente non ha resistito al fascino della Germania e sta aprendo in questi giorni proprio una filiale produttiva in quel paese. E trattasi di piccola impresa con 3-4 persone!

Invece alcuni organi dello stato, vuoi per i premi di produttività di fine anno promessi ai propri dirigenti, vuoi per la necessità di coprire i propri buchi di bilancio, si accaniscono contro  imprese che già debbono fronteggiare (causa crisi) ad una minor capacità di spesa per investimenti delle imprese, esito della redditività crollata ai minimi storici e di una stretta creditizia senza precedenti per profondità e durata, che ne ha intaccato il potenziale competitivo.

E mentre da noi lo stato contribuisce a distruggere il proprio potenziale produttivo, i liberisti tedeschi sfruttano università ed altri enti pubblici in un modo davvero impressionante, il doppio del nostro paese (47% vs 23):

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Non si può lasciare il sistema manifatturiero esposto al vento ultraliberista della globalizzazione con un regime di apparati pubblici (sul lato costi) di stampo comunista. O si torna al cambio variabile, LA LIRA, di tal guisa che l’incremento di produzione (e conseguentemente di produttività) da maggior export compensi l’agire di questi pazzi scatenati, o facciamo la scelta definitiva di passare, anche dal lato dei costi, al sistema neoclassico poiché altrimenti …..

SIAMO DESTINATI A FALLIRE TUTTI QUANTI ENTRO BREVE TEMPO, SIATENE CONSAPEVOLI !

Nel settore privato, la quota del valore aggiunto che viene attribuita ai salari è passata al 76,1% nel 2014, dal 65,6% nel 2001 contro il 77,7% nel 1975.  Si nota quindi l’effetto indotto sui salari dall’afflusso enorme di capitali del nord europa nell’evidente intento di creare quegli squilibri inflazionistici che hanno determinato il disallineamento tra cambio nominale e reale fra italia e Germania negli anni dell’Euro:

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Nel manifatturiero la quota del lavoro comincia a risalire già a metà degli anni Novanta e molto più rapidamente che nel resto del settore privato, guadagnando 12,0 punti percentuali: dal 62,3% nel 1995 al 74,3% nel 2014, sopra il picco di metà anni Settanta (74,2%), quando il sindacato dei lavoratori era all’apice del potere rivendicativo.

Nel settore manifatturiero italiano, come conseguenza di disinflazione da un lato e lotta al nero dal lato del principale driver di costo, il rapporto tra margine operativo lordo (MOL) e valore aggiunto è oggi ai minimi storici: 25,7% nel 2014, da 37,7% nel 1995 (25,8% nel 1975; Figura B).

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e contrariamente a quanto si pensi, neanche l’innovazione tecnologica può salvare la manifattura. Guardate che salto la tecnologia nel settore in oggetto:

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Dall’analisi emerge, dunque, c e la quota dei profitti nell’industria italiana è stata decurtata da una dinamica retributiva disallineata da quella della produttività che in passato veniva recuperata riallineando cambio reale e cambio nominale grazie alla svalutazione che impediva di far crollare la vendita internazionale dei beni tradable. Tale disallineamento non compensato dal riallineamento dei cambi, ha comporta un aumento del CLUP, che si trasferisce in una dinamica dei prezzi più alta, innescando un circolo vizioso in cui, a parità di andamento del potere d’acquisto dei salari, si ha un’inflazione più elevata che danneggia competitività e margini.

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Anche il Centro Studi Confindustria lo spiega chiaramente, rispetto a Germania, Francia e Spagna, nonostante il salto tecnologico, abbiamo un differenziale di produttività di 30 punti percentuali. Uno dei due, o stato o lavoratori, dovranno cedere data la rigidità dell’Euro. E non pensiate che INPS o INAIL o AGENZIA DELLE ENTRATE o EQUITALIA si pieghino alle esigenze di lavoratori e di imprese manifatturiere, troppo lauti i loro compensi, troppo interessanti le loro poltrone. A chi toccherà quindi reggere il peso della scellerata scelta dell’Euro? AI LAVORATORI E ALLE IMPRESE MANIFATTURIERE!

Di tal guisa ribadisco quanto sopra: PREPARIAMOCI A FALLIRE TUTTI !

 

 

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