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Euro a rischio? Tutta colpa della Germania (da ofcs.report)

euro bomba

 

 

 

Dal nuovo sito ofsc.report un interessante articolo sulla supremazia tedesca in Europa e su come questa porterà alla crisi dell’euro.

 

 

Euro a rischio. Tutta colpa della Germania e delle politiche di austerità che vorrebbe per tutti i Paesi europei, tranne che per i suoi conti. Berlino vorrebbe imporre austerità generalizzata, ma parallelamente anche avere tassi in salita per salvare le proprie banche, una ricetta micidiale per tutti gli Stati periferici, oggi in crisi, che si vedrebbero di fatto condannati al default.
Esistono dei problemi strutturali nella moneta unica, che già da soli potrebbero minare la comune radice europea, fusa in una stessa valuta e in una economia teoricamente unita. Il problema, però, si amplifica quando un Paese, per di più se si tratta del più potente e ricco tra quelli europei, cerca di far leva sulle normative interne per trarre vantaggio per se stesso a danno dei fratelli ricchi ma meno stabili. È l’inaccettabile asimmetria normativa tra quanto è ed è stato permesso alla Germania rispetto ad altri Stati (meno ricchi e certamente meno virtuosi), primo fra tutti l’Italia.
Quest’ asimmetria sta diventando motivo non solo di scontro ma – peggio – anche di orgoglio nel difendere le proprie ragioni. Lo vediamo tutti i giorni nei dibattiti tra i vari rappresentanti governativi dei Paesi interessati, con grande enfasi (per lo meno dialettica) anche da parte dei governanti italiani. Il problema si sta radicalizzando con tutte le conseguenze del caso.
Esistono infatti delle realtà fattuali che ci spingono a richiedere approfondimenti sui motivi di scontro tra il centro e le periferie dell’Europa. E soprattutto del perché questi si ripetano, sistematicamente.
Partiamo dalla possibilità da parte della Bundesbank di intervenire per acquistare i bond emessi in asta dal tesoro tedesco in caso di offerta insufficiente dal mercato (“acquisizione dell’inoptato”). In pratica, la banca centrale tedesca può intervenire nelle aste acquisendo lei stessa i bond in eccesso, per poi ridistribuirli al mercato (alle proprie banche) in un secondo momento. Ciò non è però permesso alla Banca d’Italia. E nemmeno alla BCE che in forza del famoso articolo 21.1 del suo Statuto non può intervenire, mentre alla Bundesbank è permesso. Se tale strumento fosse stato accessibile per la Banca d’Italia nel 2011, non avremmo avuto la crisi dello spread in quanto i bond italiani emessi dallo Stato per finanziarsi non avrebbero determinato, in forza di una domanda insufficiente, un aumento vertiginoso dei tassi.
Possiamo per altro collegare questo punto al dibattito in corso a Bruxelles: ossia il tentativo, per ora fallito, (non a caso grazie al cruciale supporto alle ragioni italiane della Gran Bretagna, non a caso in odore di Brexit) da parte della Germania di limitare la detenzione di titoli di Stato nei bilanci delle banche private di un dato paese in quantità di fatto illimitata in termini di rischio. Della serie, i titoli statali del paese di residenza vengono oggi considerati per definizione “senza rischio” per le banche locali. La Germania vorrebbe invece limitare la possibilità di detenere titoli statali, ad esempio italiani da parte di banche italiane, in funzione del rischio paese, costringendo, oltre ad una certa soglia di accumulo, l’inserimento dell’impatto a bilancio in funzione del rischio paese di detti bonds, ovvero accantonando riserve. Questo comporterebbe la necessità di enormi aumenti di capitale, disintegrando i conti – ed i corsi – azionari delle banche interessate. Quelle più coinvolte da questa problematica sarebbero proprio quelle italiane. È chiaro, infatti, che in presenza di un limite alla detenzione di obbligazioni nazionali aventi rating inferiori al massimo (guarda caso i Bund tedeschi hanno rating massimo, AAA), ciò si tradurrebbe anche nella implicita sterilizzazione di una futura misura atta a permettere l’intervento della Banca centrale nell’acquisizione dell’inoptato come accade in Germania.
E che dire dei salvataggi bancari tedeschi avvenuti all’apice della crisi e permessi ai tempi dall’Ue senza battere ciglio, con il fine di evitare l’implosione del settore creditizio centro europeo? Le banche tedesche di fatto fallite furono numerose e rilevantissime, da West-LB a HSH Nordbank, da IKB alla fusione forzata di Dresdner con Commerzbank.  Oggi che le banche italiane sono state messe in crisi dalla stessa austerità imposta dall’Europa. A partire dal 2011 ci viene detto che i salvataggi non sono più permessi, una beffa se si tiene in considerazione cosa successe a valle della crisi greca, ossia dopo l’enorme drenaggio di fondi dall’Italia alle banche tedesche e francesi – che furono così salvate – nelle more della crisi del debito di Atene.
In questo contesto dobbiamo necessariamente ricordare che allo scoppio della crisi subprime, le banche italiane erano le meno esposte del mondo occidentale ai crediti spazzatura ed alla Grecia, in forza di un’innata cautela nell’investimento, una cauta arretratezza se si vuole. Sta di fatto che l’Italia fu l’unico paese occidentale a non aver dovuto salvare il proprio sistema bancario, fino al 2011.
E che dire dell’esclusione dai rigidi parametri di controllo della BCE per le banche regionali tedesche, richiesta proveniente direttamente dall’esecutivo di Berlino a vantaggio del proprio settore creditizio regionale? Questo aspetto, di per se già critico, va letto in considerazione di quanto accaduto nelle settimane scorse nella diatriba tra Draghi ed il mondo economico-finanziario tedesco capeggiato da W. Schauble. Si tratta delle proteste tedesche per tassi troppo bassi indotti dalla BCE, con i vari QE che portano come conseguenza redditività creditizie nulle, proprio per le stesse banche regionali tedesche che, strutturalmente inefficienti, Berlino voleva proteggere con l’esclusione dai controlli europei sopra citati. La ratio economica di quanto sta accadendo è semplice: il governatore della Bce sta rispondendo ad una debolezza dell’economia europea nel suo insieme, con un abbassamento dei tassi, senza dimenticare che detta debolezza economica, almeno per una grossa parte dei paesi Ue (Germania, Lussemburgo ed Olanda escluse), è stata causata dalla stessa imposizione dell’austerity tanto cara alla Germania.
L’austerità oggi non è più supportata nemmeno dall’FMI, in quanto la decrescita del PIL indotta dal rigore, è ormai dimostrato, sia molto più deleteria delle buone intenzioni di avere le finanze sotto controllo, finanze che di fatto sotto controllo non sono. Il punto vero è il motivo per cui queste fattualità austere si condensino sistematicamente nella volontà tedesca di imporre regole svantaggiose a tutti, ma non a sé stessa. L’Italia deve cominciare ad indagare su questi motivi e sui rischi per la propria stabilità (e sicurezza) economica e sociale, collegate alla corrosiva e sistematica pretestuosità tedesca nel richiedere sforzi inutili per chi ne deve subire le conseguenze, ma che parallelamente determinano un enorme vantaggio competitivo per Berlino ed i suoi satelliti.

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