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Discorso sulla democrazia

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Prendo spunto dalle riflessioni da me effettuate durante l’incontro con i ragazzi dell’ITIS di Livorno di sabato 14 maggio, incontro che sarà documentato prossimamente da un video, per approfondire il tema della democrazia.

Questo concetto, che noi occidentali diamo per scontato, in effetti non solo non lo è, ma attualmente non è ben compreso da molte persone.

Si fa di questi tempi un gran parlare di democrazia diretta: tramite le tecnologie di connessione a distanza la gente potrebbe decidere senza mediazioni ed essere consultata su ogni tema per esprimere il suo parere e dare il suo voto. Questo è il sistema attuato dal M5S per le decisioni interne e per la scelta dei candidati. Peccato che non funzioni e che non possa funzionare, senza provocare distorsioni maggiori del sistema rappresentativo.

La democrazia diretta ha bisogno di due presupposti: che tutti i cittadini siano adeguatamente informati delle questioni su cui sono chiamati a decidere e che tutti i cittadini possano esprimere il loro parere. Ora per ambedue queste cose occorre tempo: tempo per esaminare ed approfondire le tematiche su cui ci si dovrà esprimere e tempo per partecipare alla votazione. Ciò significa che i cittadini dovrebbero sottrarre tempo alle loro attività lavorative ed alla loro vita personale per essere dei decisori e, se le decisioni da prendere fossero tutte quelle che riguardano il funzionamento di uno Stato, significherebbe semplicemente che dovrebbero dedicarsi quasi a tempo pieno a tale attività tralasciando tutto il resto. Evidentemente sarebbe il caos: il medico smetterebbe di curare per fare il Legislatore, così come il fornaio o l’impiegato o l’operaio. Delle due l’una: o la società crollerebbe, o, come in effetti accade, pochissimi (magari studenti o disoccupati) voterebbe le decisioni, gli altri semplicemente si asterrebbero.

In fondo è quello che accade con il Movimento 5 Stelle: alle votazioni per la scelta dei candidati o di altri temi sottoposti a democrazia diretta, poche centinaia di voti garantiscono la candidatura o la scelta, con un effetto chiaramente distorsivo del processo decisionale.

La democrazia diretta poteva funzionare in una piccola città-Stato nell’antichità, dove era un momento sociale importante e comunque non tutti erano ammessi al voto, funziona male già in un moderno condominio, perché è un impegno che distoglie dalle proprie occupazioni, non funziona affatto, anche se con tecnologia a distanza, per uno Stato come l’Italia di 60 milioni di abitanti e 40 milioni circa di possibili votanti.

L’unico modo per avere un sistema efficiente è quello della delega a soggetti che si dedichino pienamente all’attività di studio e proposizione delle leggi e partecipino come lavoro alla loro approvazione. Il resto è un gioco per ragazzi, una simulazione buona solo per temi non essenziali, un luogo per far sentire importanti chi ingenuamente ci crede, mentre le vere decisioni sono prese da tutt’altra parte.

Assodato che l’unica effettiva democrazia è quella rappresentativa parlamentare, perché si possa parlare di reale democrazia occorre però un altro aspetto: che il Parlamento sia effettivamente sovrano. Le leggi devono nascere dal Parlamento e devono essere lì discusse e messe a punto per poi essere approvate. Se il vero potere di fare le leggi è dato ad altri organi, siano essi dello Stato od al di fuori di esso, allora si ha solo un simulacro di democrazia, un mero procedimento di ratifica di decisioni prese da altri, quindi, in definitiva, il tradimento dell’art. 1 della Costituzione il quale dichiara essere del popolo la sovranità, ovvero il potere democratico decisorio, che la esercita secondo le regole della Costituzione, quindi tramite i suoi rappresentanti eletti.

Questo spossessamento del potere democratico decisorio non solo è già in atto, ma viene attuato con l’approvazione del popolo stesso, o almeno di buona sua parte, e con il suo aiuto. Il meccanismo merita di essere analizzato nel profondo.

Sono ormai decenni che, grazie ad una stampa complice o compiacente, il popolo sovrano ha in disprezzo i suoi stessi delegati, ovvero i politici. Non si badi bene il singolo politico disonesto od incapace, il singolo rappresentante corrotto, ma l’intera classe politica nel suo complesso, il che è francamente paradossale, perché delle due l’una: o il popolo italiano è composto nella sua grande maggioranza da disonesti, incapaci e corrotti, e quindi i suoi rappresentanti non possono che essere scelti fra queste fila, o è composto da idioti incapaci che non riescono a scegliere neanche una fra le tante persone per bene che lo compongono e si fanno abbindolare sempre da mascalzoni e disonesti, ed allora dovrebbe essere interdetto da qualsiasi elezione. Chiunque sostiene la disonestà in blocco della classe politica automaticamente si dà del disonesto o dell’idiota.

Naturalmente ognuno che la pensi così e viene interpellato dirà che in effetti il popolo che vota è composto sia da disonesti che da idioti, ma sempre rigorosamente gli altri: la famosa legge del tutti=tutti -1 (me). Evidentemente ciò è falso logicamente e non solo: una società di disonesti e/o idioti non riuscirebbe neanche a sopravvivere in maniera organizzata e men che meno a produrre le eccellenze di cui siamo capaci e ad essere il maggiore competitor della “virtuosa” Germania nei mercati internazionali. Ora se ciò è falso ci deve essere una narrazione che convince la gente della bontà e veridicità di questo pensiero, che lo esalta e lo rafforza ed in effetti c’è: è quella delle élite.

La democrazia è nel profondo odiata e temuta dalle ricche e potenti élite finanziarie e produttive per una semplice ragione aritmetica: loro sono pochi e gli altri sono tanti. In democrazia vige il curioso principio per cui se tu hai fantastiliardi di dollari o euro, sei a capo di un colosso che può influenzare l’economia di un Paese, con tutta la tua potenza quando vai a votare il tuo voto vale uno, esattamente come quello del tuo ultimo dipendente o dello spazzino che ti pulisce la strada. Ciò è totalmente inaccettabile e pericoloso per i pochi eletti che si sentono per diritto divino i padroni del mondo e destinati a guidarlo, ma che sono netta minoranza e che quindi, in una compiuta democrazia, dovrebbero sottostare al volere della maggioranza dei loro simili, i quali, orrore, potrebbero decidere in modo diverso dai loro desiderata. Da qui l’idea luminosa: convincere la gente che la democrazia è lenta ed inefficiente, che è un fardello noioso ed inutile, che i politici (ovvero i rappresentanti regolarmente eletti) sono una classe di ladri ed approfittatori (come se venissero da un’altro pianeta, fossero un altra razza) e che è molto meglio lasciare la fatica ed il fastidio di governare a loro, le élite, le quali sono moralmente più idonee e culturalmente meglio attrezzate per farlo nell’interesse di tutti e per il bene della collettività.

Per convincere la massa basta esaltare i casi di corruzione e disonestà che indubbiamente si trovano fra i politici – tralasciando il fatto che se c’è un corrotto deve esserci anche un corruttore e che questo corruttore è evidentemente un privato, di solito potente e fornito di mezzi, ovvero un membro delle élite – gonfiarne la rilevanza, senza dire che spesso le somme frutto della corruzione sono ridicole o, come accade negli ultimi anni di crisi, addirittura il mero scambio con beni materiali risibili (dai mobili per la casa del figlio, alle tende nuove per la propria, come ha dimostrato la “cricca” che ruotava intorno agli appalti della protezione civile) e dare così l’impressione di vivere immersi in un ambiente malsano di politici avidi e corrotti. La soluzione? Togliere loro il potere di gestire le leve economiche e darle in mano a “tecnici” indipendenti o soggetti comunque non politici che dovrebbero essere al riparo della corruzione, perché o già ricchi, o provenienti comunque da ambienti dove sono stati formati al rigore ed alla sobrietà, come le grandi istituzioni finanziarie (!). Peccato che siano anche al riparo del controllo democratico, ovvero del voto, unico strumento di decisione e valutazione che ha il popolo.

Questo racconto, che se meditato con calma, risulta evidentemente favolistico, irreale ed oserei dire irritante per la sua pochezza argomentativa, viene ripetuto da tutti gli organi di informazione, da tutti i creatori di consenso, da tutti gli esperti che il potere ed i soldi delle élite possono influenzare o comprare. Non solo: per dare ad esso una patina di credibilità scientifica, si è creata persino una narrazione accademica, altrettanto irreale, per cui ci sarebbero fantomatiche leggi economiche che dimostrerebbero la maggiore efficienza della gestione privatistica dei servizi pubblici, la necessità di ridurre il perimetro dello Stato, e quindi dei politici, per sviluppare l’economia ed il benessere, la necessità di avere organi indipendenti (da chi?) per poter avere efficaci regolamentazioni monetarie e fiscali (e si è visto l’esito) e così via filosofeggiando di mercato libero che si autoregolamenta grazie a “mani invisibili”, a “spiriti animali” che gestirebbero al meglio lo sviluppo, in un crescendo di assurdità ammantata di pseudo-scientificità, costantemente smentite dalla realtà storica.

Il martellamento continuo di queste pseudo-verità ha portato al suo scopo: la gente odia e disprezza l’unico strumento che le consente di avere il predominio sulle élite e di anelare a cedere l’unico baluardo allo strapotere delle multinazionali e della grande finanza: lo Stato nazionale sovrano. Solo infatti all’interno del perimetro dello Stato il popolo sovrano può fissare quelle regole che limitano e regolamentano lo strapotere dei grandi soggetti economici. Solo applicando la nostra Costituzione e con uno Stato dai pieni poteri si può attuare quella funzione di regolamentazione, indirizzo e controllo che deve guidare l’attività imprenditoriale (art. 41 Cost.), l’utilizzo della proprietà privata (art. 42 Cost.) e la gestione del risparmio (art. 47 Cost.) perché siano utilizzate e svolte per il benessere e la crescita sociale della Nazione. Le élite lo sanno e non potendo abbattere direttamente queste norme distruggono il necessario loro destinatario: lo Stato. La costruzione europea è studiata apposta perché questi “eversivi” principi non possano essere applicati, perché gli Stati, e quindi i cittadini che ne possono controllare la gestione, siano ininfluenti rispetto ai processi decisionali, salvo la possibilità di agire meno palesemente e quindi più facilmente nell’interesse dei pochi contro la volontà dei molti.

Quello che rimane dopo questo processo di demonizzazione, demolizione ed allontanamento è semplicemente un simulacro di democrazia, con lo stesso valore e lo stesso peso della democrazia diretta che abbiamo analizzato sopra: un innocuo esercizio, buono per far credere che il popolo abbia un peso, permettendogli di eleggere un organo senza potere (Parlamento europeo), di fare elezioni nazionali che non contano nulla e che se comunque per caso possono mettere in pericolo il sistema vengono semplicemente bypassate. Si lascia decidere ai rappresentanti del popolo eventualmente dove tagliare la spesa pubblica, con le gare all’auto-mutilazione in nome del risparmio e della lotta agli sprechi, dove tassare (e patetica e ridicola appare la petizione di orgoglio su “decidiamo noi cosa tassare”) quando il problema è perché tassare… A questa è ridotta la libera scelta dei nostri eletti (quando lo sono). A questa è ridotta la nostra sovranità.

Tutto questo con il tripudio del popolo degli “onesti”, odiatori della politica, e sotto l’occhio benevolo delle élite, le quali sono riusciti nell’incredibile intento di convincerci che pochi contano più di tanti e che questa è migliore e più sana democrazia.

Prendere coscienza di questo significa uscire dalla narrazione imposta, recuperare consapevolezza ed usarla per abbattere le fragili fondamenta di essa è con essa le sue applicazioni, Unione Europea in primis. Un atto considerato attualmente fortemente eversivo, ma l’unica salvezza dall’avvento di ciò che ci stanno preparando: un nuovo, avanzato, tecnologico medioevo.

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