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DIRITTO COMUNITARIO E SERVIZIO PUBBLICO. AMBIGUITÀ E CRITICITÀ PERICOLOSE PER LA DEMOCRAZIA. (di Caterina Betti)

 

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Il servizio pubblico radiotelevisivo, ovvero la Rai, è tutelato nella nostra Costituzione dall’articolo 43 riguardante il ruolo fondamentale di interesse pubblico. Oggi il servizio pubblico si trova ad aver a che fare non solo con il diritto interno (quello dello Stato) ma anche con il diritto comunitario; è proprio da questo connubio di difficile interpretazione che emergono numerose criticità e ambiguità nell’individuare il ruolo che esso ricopre.

La prima criticità evidente si lega al fatto che i principi fondanti dei Trattati Europei, concorrenza e libero mercato, che secondo l’art. 86 del Trattato CE investono anche le “imprese incaricate della gestione di servizi di interesse generale”, mal si conciliano con la missione di utilità per i cittadini, affidata al servizio pubblico. Il sottoporsi alle regole di concorrenza, che si addicono alle imprese private, ha dunque messo in discussione le condizioni dell’esistenza e sopravvivenza dello stesso servizio pubblico, assieme alla sua legittimità comunitaria. Più schiettamente, ciò significa sottrarre alla sovranità degli Stati membri decisioni fondamentali in ordine alla definizione dei propri rapporti con i cittadini e consegnare uno dei servizi più importanti sul piano della comunicazione nelle mani della sregolata logica del libero mercato, mettendolo allo stesso livello di una qualsiasi attività economica privata.

L’ambiguità ricorrente del diritto comunitario in materia si snoda tra ammissioni pacifiche sul fondamentale ruolo sociale dei servizi pubblici (nel senso più ampio del termine), su quello primario di legiferare da parte degli Stati membri e su quello “sussidiario” per le istituzioni comunitarie (Trattato di Amsterdam 1997), correlati da Protocolli da parte degli Stati membri atti a reclamare le esigenze democratiche, sociali e culturali del servizio pubblico radiotelevisivo, escludendo il controllo comunitario e sottraendosi al divieto di aiuti di stato, poiché esso gode di finanziamenti pubblici.

Il ruolo primario dello stato perciò starebbe nella ricerca di un equilibrio tra le esigenze della concorrenza e quelle della missione del servizio pubblico (due estremi difficilmente conciliabili); in questo contesto tuttavia la disciplina della legislazione nazionale è condizionata fortemente (lo si nota da come recepisce immediatamente le direttive UE) dagli organi comunitari quali Commissione Europea e Corte di Giustizia.

Di fatto ad oggi il servizio pubblico non è tanto sotto la “patria podestà” statale, quanto di quella dell’Unione Europea, con evidenti rischi (o meglio danni ormai appurati) al pluralismo dell’informazione. Da una parte abbiamo l’ideale con cui era stato concepito il servizio pubblico: un organo che ha l’obbligo di completezza dell’informazione, che deve adempiere ai suoi compiti di garante della democrazia, della rappresentanza sociale e della cultura tesi al bene comune. Dall’altra abbiamo la gelida realtà di una televisione sottomessa al pensiero unico imperante poiché direttamente finanziata da esso, non essendo l’Italia un paese a moneta sovrana, e di una mancanza di bilanciamento equo con le televisioni private, essenziali per il pluralismo informativo e il conseguimento dell’art. 21 della Costituzione.

Le tv private locali sono appese ad un filo prossimo a spezzarsi qualora private delle ultime briciole di finanziamenti o di risicati fondi europei (che meriterebbero un’altra puntata) e del supporto tecnico di trasmissione; la Rai, il servizio pubblico radiotelevisivo con tutti quegli oneri di primaria importanza sopra elencati, è finanziata e controllata non dallo Stato, ma da un organo sovranazionale il cui unico mantra è la concorrenza a scapito della democrazia e del bene comune. Un’altra ragione per cui riprendersi la sovranità, anche informativa, perché da quella dipende gran parte dell’opinione pubblica considerando che la maggior parte della popolazione si informa ancora tramite i media mainstream.

Riprendiamoci la sovranità e con essa anche la Rai, per farla tornare veramente al servizio dei cittadini, ai quali, ricordiamolo, appartiene.

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