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CRISI, BANCHE E MONETA

di Aldo Scorrano*

Dalla genesi della crisi economica (2007) molti anni sono trascorsi, incidendo profondamente la nostra società ed il nostro modo di vivere. Una crisi, ricordiamolo, che nasce negli Stati Uniti con una connotazione di carattere finanziario, trasformatasi poi in crisi che ha colpito la cosiddetta economia reale (di produzione) e che segnerà l’inizio di un lungo periodo di recessione economica, investendo tutto l’occidente, se non addirittura buona parte del globo, connotandosi come una nuova crisi del capitalismo.

Alcuni economisti hanno cercato di interpretarne il processo che, sinteticamente, risulta essere caratterizzato da un crescente indebitamento privato (quello delle famiglie), in cui il c.d. consumo a debito gioca un ruolo importante (in tale contesto è bene ricordare le varie “bolle” nel mercato immobiliare e finanziario) (Bellofiore, 2012).

E’ bene chiarire sin da subito che la crisi Europea non è crisi del debito pubblico (a mero titolo di esempio basti ricordare che all’inizio della crisi vi erano paesi come la Spagna, l’Irlanda ed anche l’Italia che presentavano o un debito pubblico o un rapporto deficit/PIL basso). In realtà siamo di fronte ad una crisi del debito privato, come peraltro ammesso anche dalla stessa Commissione Europea a suo tempo1. Semmai il continuo aumento del debito (pubblico) rappresenta, specularmente, l’altra faccia della crisi del debito privato sia per trasferimento diretto del debito dal privato al pubblico, sia come conseguenza della caduta del Prodotto interno lordo collegata alle politiche di contrazione della domanda2.


L’impatto maggiore, in Europa, lo hanno subito i paesi aderenti alla zona euro. L’UEM di fronte a questa crisi si è rivelata di fatto impotente ed il problema è da ricercare al suo interno: siamo dunque di fronte ad un difetto strutturale. Molto semplicemente il framework dell’UE, e più specificamente dell’UEM, non possiede gli strumenti necessari per fronteggiare con efficacia uno shock ed evitare, quindi, l’innesco di una crisi.

In un primo momento le istituzioni europee hanno agito nella convinzione, ideologica, che il mercato fosse in sé perfetto ed auto equilibrante: una fase in cui si è ritenuto sacrificare e limitare il ruolo degli Stati secondo la pretesa che ci volesse “più mercato”. Inoltre si è considerato, erroneamente, che la crisi fosse dovuta ad una situazione Europea in cui la movimentazione di merci e di capitali non fosse perfettamente “libera”, giungendo così ad un secondo momento dove ci si è dovuti scontrare con la nuda verità: l’Eurozona, riassumendo, è un’area che presenta le seguenti caratteristiche 1) non possiede gli strumenti idonei e necessari tali da far superare i problemi derivanti dall’impatto della crisi economica, 2) è fatta di regole economiche completamente avulse dalla realtà, 3) le singole nazioni non posso più utilizzare le politiche economiche di gestione della domanda per arginare e superare la crisi, 4) gli Stati non hanno più la possibilità di utilizzare lo strumento del tasso di cambio per fronteggiare la crisi di competitività, 5) è un’area monetaria costituita da diverse strutture economiche che accumulano naturalmente “squilibri” strutturali, in cui non vi è speranza di sopravvivere senza che si possano prevedere dei meccanismi di riequilibrio.

Le attuali politiche di austerità imposte e messe in atto dai recenti Governi per “risollevare” le economie dei paesi coinvolti nella crisi, oltre ad esser state controproducenti, hanno ulteriormente aggravato la situazione facendo drammaticamente cadere il PIL e aumentando drasticamente il tasso di disoccupazione. I pressanti vincoli di deficit (Maastricht prima, Fiscal Compact poi) stanno soffocando ancora maggiormente la domanda interna, precludendo di fatto ogni possibile ripresa dell’economia e costringendo milioni persone a soffrire come non mai.

Tanto premesso per inquadrare lo scenario entro il quale praticamente molti paesi europei, se non tutti, sono stati coinvolti. Vi è di più. Ad essere fagocitato in questa drammatica situazione è stato anche l’intero sistema bancario privato (Banche Commerciali). Entriamo nello specifico.
Abbiamo sentito spesso parlare di stretta del credito bancario (credit crunch), come quella situazione in cui una banca commerciale restringe l’offerta di credito dinanzi ad una potenziale richiesta (domanda) di finanziamenti, da parte di famiglie e imprese, che resta insoddisfatta. Molto sinteticamente, la Banca Centrale Europea, per cercare di far fronte a tale situazione, ha utilizzato alcuni strumenti di politica monetaria, convenzionali, tra cui il tasso d’interesse (“tasso refi”, chiamato altresì tasso per le operazioni di rifinanziamento: rappresenta il valore indicizzato che le banche sono tenute a pagare quando prendono in prestito del danaro dalla BCE) e non convenzionali, come l’LTRO
(Long-Term Refinancing Operation), l’OMT (Outright Monetary Transactions) e il QE (Quantitative Easing). Scopo di queste operazioni, secondo una visione mainstream, sarebbe quello di fornire liquidità agli istituti bancari in un momento in cui ne hanno “carenza” e permettere loro, attraverso questa transizione monetaria, di erogare credito per finanziare prestiti e mutui.

Sembra ormai abbastanza evidente, anche leggendo le notizie che riportano i media nazionali, che la sola politica monetaria della BCE sia del tutto inefficace per contrastare la crisi e far ripartire l’economia. In più, lo stesso settore bancario non sembra essere “stimolato” da questi interventi massicci di liquidità e il settore privato non finanziario (famiglie e imprese) non riesce ad ottenere linee di credito. Ma come può essere?

C’è un detto che rende bene l’idea: “si può condurre il cavallo al fiume, ma non lo si può costringere a bere”.

In altri termini, se, come abbiamo osservato nella parte iniziale dell’articolo, si è in piena crisi economica e da questa scaturisce un calo della produzione e un aumento della disoccupazione, e i governi non intervengono con investimenti ma addirittura si riduce la spesa, si aumenta la pressione fiscale, si attuano “riforme” soprattutto nel mercato del lavoro che accentuano la precarizzazione, e così via… allora l’economia intera cade in una spirale deflattiva. L’incertezza per il futuro aumenta e si innescano una serie di meccanismi tali che bloccano il sistema economico: le famiglie temendo per il futuro aumentano la loro propensione al risparmio, si riduce la spesa per i consumi e le aziende non riescono a smaltire la loro produzione, si hanno perdite e gli imprenditori sono costretti ad abbattere i costi tagliando sui salari e sull’occupazione (cioè licenziando).

Come incide tutto questo sulla possibilità delle banche di concedere credito?

A questo punto diventa importante introdurre alcuni concetti di politica monetaria riguardanti le transazioni tra Banca Centrale e Sistema Bancario Privato, poiché è da questi presupposti che bisogna partire per comprendere il funzionamento di una economia capitalista, dunque monetaria.

Diciamo subito che “la decisione di una banca di concedere un nuovo prestito dipende dal merito di credito del cliente e dal differenziale tra il rendimento atteso e il costo del rifinanziamento per la banca che concede il prestito, non dal livello di liquidità bancaria nello stato patrimoniale della banca” (Terzi, 2012).

Va da se che se un soggetto economico (sia esso appartenente al settore delle famiglie o imprese), al fine di richiedere un finanziamento, si reca in un istituto di credito con una posizione di grave difficoltà, perchè senza un lavoro o precario o con un reddito basso o nel caso di un’azienda perchè la propia attività è gravata da passività ecc… (tutte situazioni dovute proprio a causa della crisi in atto e delle deliberate scelte politiche di un governo!), la banca può ritenere, a ragion veduta, non soddisfacente la posizione di questo soggetto in virtù della concreta possibilità che egli possa essere insolvente. Per cui, in prima battuta, già solo per questi motivi risulta del tutto vano sia inondare di liquidità il sistema bancario (cui prodest?) sia abbassare i tassi d’interesse (ricordate la storia del cavallo e del fiume?). Va ricordato a tal proposito che, ad esempio, il QE altro non è che uno swap: Titoli di Stato, detenuti dalle banche, in cambio di liquidità offerta dalla BCE.

Se poi alle considerazioni su esposte ci aggiungiamo che, in concreto, la capacità operativa di concedere credito, da parte di una banca commerciale, è tecnicamente illimitata, le cose si complicano e allora bisogna fare chiarezza.
Il vero vincolo è dato, come abbiamo visto, dal rischio legato alla restituzione del prestito, dalla leva finanziaria (cioè dal rapporto tra attività e capitale proprio – che cresce all’aumentare dei prestiti) e dalla necessità di adempiere gli obblighi fissati dalla normativa sui requisiti patrimoniali.

Una domanda, pertanto, dovrebbe emergere a questo punto: perché allora la BCE dovrebbe rifornire di liquidità il sistema bancario se le Banche Commerciali possono creare tutto il credito che vogliono?

L’equivoco nasce dal fatto di ritenere l’offerta di denaro esogena e che la Banca Centrale (BC) sia in grado di fissare la quantità dei depositi (D) e che il controllo della liquidità (o riserve bancarie) consente alla BC di determinare indirettamente i prestiti bancari e quindi D (come erroneamente affermato dalla teoria del moltiplicatore monetario). Senza essere troppo tecnici possiamo brevemente dire che, in realtà, le operazioni della BC, ivi comprese quelle prima viste della BCE, modificando la liquidità bancaria (attraverso operazioni sulle riserve, sui conti di riserva che ogni banca commerciale ha presso la Banca Centrale), hanno lo scopo di controllare il tasso d’interesse, cioè di fissare il tasso al quale le banche possono ottenere la liquidità: possiamo quindi affermare che l’azione principale della BC è la determinazione del ‘costo’ di rifinanziamento del sistema bancario.

Normalmente, in quanto monopolista della moneta la BC può fissare unilateralmente il tasso d’interesse di rifinanziamento delle banche. La gestione di queste operazioni avviene oggi attraverso il mercato interbancario della liquidità, in cui le banche si prestano riserve (R) contrattando tra loro il tasso d’interesse.

La richiesta da parte delle banche di liquidità alla BC è dettata dal fatto che la liquidità creata dal disavanzo pubblico (statale) è riassorbita dal collocamento dei Titoli di Stato, questa situazione genera una condizione di deficit di liquidità che costringe le banche ad attingere dal mercato interbancario o direttamente dalla Banca Centrale, la quale offre periodicamente tale liquidità, ad un tasso d’interesse fissato (target), in una quantità sufficiente a soddisfare la domanda di riserve e ad evitare che il tasso d’interesse cresca al di sopra o scenda al di sotto dell’obiettivo della BC.

Schermata 2016-08-15 alle 02.52.22Nei sistemi in cui è operante la riserva obbligatoria, requisito ex post, (vi sono paesi come il Canada in cui la riserva obbligatoria non esiste), essa viene utilizzata al fine di regolare R (riserve) in maniera più precisa e ottenere in questo modo che il tasso interbancario non si discosti dal livello desiderato.

Abbiamo detto in precedenza che la BC non è in grado di controllare l’offerta di denaro (secondo un punto di vista che vede la creazione di moneta come fattore esogenamente determinato). Dunque come avviene allora la creazione di moneta?

Innanzitutto iniziamo a definire cosa sia una moneta. Essa è in primis un’unità di conto, è un concetto astratto come il metro, non può essere vista o percepita; è una mera “rappresentazione” creata dall’uomo. Ogni nazione moderna ha (possiede) la moneta unità di conto scelta dal Governo e denominata in una valuta (Euro, Dollaro, Sterlina, ecc…), è creata dalla Banca Centrale (moneta ad alto potenziale), la quale la emette (ed immette nell’economia) in regime di monopolio e rappresenta una passività nello stato patrimoniale della stessa BC (quindi del settore pubblico) e allo stesso tempo un’attività nello stato patrimoniale consolidato di un ampio settore (privato) di <<utilizzatori>> che include le banche commerciali residenti, le famiglie e le imprese.

Schermata 2016-08-15 alle 02.54.32

Definita cosa sia la moneta vediamo come essa è creata (prodotta) ed immessa nell’economia.

Un concetto che subito va fissato è quello relativo al potere di emissione monetaria: l’unico soggetto in grado di emettere (creare) moneta (detta ad alto potenziale, HPM – High Power Money) è lo Stato definito <<issuer>> (emittente), attraverso la sua Banca Centrale, che la immette nel settore privato (famiglie, aziende) all’intero del quale la moneta è utilizzata, pertanto in questo caso si parlerà di <<users>> (utilizzatori). Anche le banche possono creare moneta, quella bancaria (D = deposito), sotto forma di passività (che è un sostituto della moneta della Banca Centrale): lo fanno ogni qual volta creano una passività per regolare un pagamento al settore privato non bancario, ad esempio dall’accredito di uno stipendio ad un dipendente alla concessione di un nuovo prestito.

Non dimentichiamo che la moneta (unità di conto) storicamente è sempre una “creatura dello Stato”.3

In che modo lo Stato crea moneta? Molto semplicemente possiamo dire che il settore pubblico immette e assorbe nuova moneta attraverso le operazioni, rispettivamente, di spesa e tassazione (politica fiscale) da parte del Tesoro, che costituisce il cosiddetto braccio operativo dello Stato. Se uno Stato ha sovranità monetaria, tecnicamente la sua capacità di spesa è illimitata: “essa non richiede che lo Stato reperisca mezzi di pagamento emessi da altri, in quanto le sue stesse passività (C, contanti e R, riserve) sono il mezzo di pagamento che il settore privato è disponibile ad accettare in quanto unico strumento di regolazione degli obblighi fiscali. Qualsiasi limite alla spesa del Tesoro fissato dalla legge (o dalla Costituzione) non è che un’auto-limitazione del settore pubblico, dettata da intenzioni di interesse generale”.4

La spesa pubblica, in disavanzo, fa crescere lo stock di D (depositi) in mano al settore privato non bancario e di pari passo anche le passività del sistema bancario. Pertanto la spesa in disavanzo aumenterà il patrimonio netto dello stesso ammontare del disavanzo. Il disavanzo pubblico (generato dalla spesa) è identico, con segno contrario, al risparmio netto del settore privato, come si evince chiaramente dal seguente grafico.

Schermata 2016-08-15 alle 02.55.43

In tal senso è particolarmente interessante l’analisi dei saldi finanziari di settore, da utilizzare come chiave interpretativa per comprendere le dinamiche relative alla propensione al risparmio del settore privato

SFpr = (Eg – F) + (Ex – Em)

dove un valore positivo a sinistra (un aumento del flusso di attività finanziarie acquisite dal settore privato) deve corrispondere ad un saldo positivo a destra. Cioè, un aumento netto del risparmio finanziario del settore privato è possibile solo se è maggiore di zero il saldo netto complessivo dei privati nei confronti del settore pubblico (Eg – F) e del settore estero (Ex – Em).

Possiamo concludere che, come ci dimostra anche quest’ultima analisi, in presenza di una crisi economica in cui il settore privato (famiglie e aziende) si trovi in difficoltà a causa di una contrazione della domanda, di alta disoccupazione, di calo della produzione, allora una crescita è possibile solo se il settore pubblico prende l’iniziativa di attuare una serie di politiche fiscali volte a ridurre la tassazione e aumentare le spese, in maniera sufficiente da compensare l’effetto della maggiore propensione al risparmio delle famiglie, per far aumentare il prodotto, il reddito e l’occupazione.

Se tutto questo non accade, allora le imprese saranno costrette a tagliare la produzione (e quindi anche il reddito delle famiglie) per non incorrere in maggiori passività finanziarie. Di conseguenza calano reddito, prodotto e occupazione. Un’altra strada sarebbe quella di far aumentare le esportazioni (Export > Import), attraverso politiche dell’offerta rivolte a migliorare la competitività, ma questo ha risvolti non sempre positivi: significa che il settore estero deve essere disposto ad accettare che parte della propria domanda sia dirottata su importazioni che creano reddito e occupazione altrove. Se un crescente avanzo delle partite correnti con l’estero contribuisce a soddisfare il desiderio del settore privato di accumulazione di attività finanziarie, esso inevitabilmente riduce i consumi interni e si traduce in una riduzione del livello di vita reale del paese in questione.

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(*) Presidente del Centro Studi Economici per il Pieno Impiego (CSEPI)

2 100 tweet sulla crisi – R. Bellofiore

3 Abba P. Lerner, “Money as a Creature of the State” The American Economic Review; Vol. 37, No. 2, Papers and Proceedings of the Fifty-ninth Annual Meeting of the American Economic Association (May, 1947), pp. 312-317

4 A. Terzi, “Economia Monetaria”, Cap. 6, pag. 63

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