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COSI’ LA TROIKA VUOLE FARCI MORIRE FELICI A 75 ANNI di Eriprando Sforza

L’anno scorso per la prima volta nella storia è diminuita l’aspettativa di vita degli italiani: quella degli uomini è scesa di 2 mesi rispetto al 2014, a 80,1 anni, quella delle donne di 3 mesi, a 84,7. Il calo ha riguardato tutte le regioni. Si sono quindi mantenute le distanze: chi sta in Campania e in Sicilia ha un’aspettativa di quattro anni in meno di vita rispetto a un marchigiano o a un trentino. Pochi giorni prima della pubblicazione di questa ricerca, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva lanciati l’allarme: i nati nel 1980 rischiano di andare in pensione a 75 anni.

Ma è fantastico! Se l’aspettativa di vita è di 80 anni, 80-75 fa 5, l’Inps dovrà in media pagare per ognuno di noi solo cinque anni di pensione. Mica come adesso in cui lasci il lavoro a 65 anni e rischi di stare sul groppone di Tito Boeri per altri venti. Però è vero che chi più guadagna di solito vive più a lungo. E quindi le pensioni più sostanziose sono quelle destinate a venire pagate per più tempo.

La diminuzione dell’aspettativa di vita, poi, procede a un passo ancora troppo moderato: due mesi all’anno, per scendere ai fatidici 75 anni ci vogliono ben trent’anni. Troppo tempo, nel frattempo l’Inps andrà a ramengo. Così si capisce che la cura della Troika, mascherata dai volti dai volti di Monti-Letta-Renzi, non è abbastanza efficace. Però, con una campagna di informazione fatta come dio comanda questi trent’anni si possono abbreviare in dieci, forse in cinque. Si tratta di convincere la gente a morire a 75 anni. Vi mettete a ridere? Siete scettici? Sottovalutate quella che il compianto Costanzo Preve chiamava “la demenza generalizzata del popolo italiano”. Secondo me sbagliava, perché questa demenza generalizzata riguarda anche altri popoli.

Il lavoro di persuasione è già cominciato negli Stati Uniti. Due anni fa la rivista The Atlantic ha pubblicato una serie di considerazioni intitolate “Perché spero di morire a 75 anni” (http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2014/10/why-i-hope-to-die-at-75/379329/). L’autore è Ezekiel J. Emanuel, che all’epoca aveva 57 anni. L’obiezione è facile: lo dici adesso che hai ancora 18 anni di vita davanti, ma vedrai che quando ti avvicinerai a quell’età cambierai idea e comincerai a dire che vorrai a morire a 80 anni, forse anche a 90. Emanuel spiega perché è convinto che non cambierà idea.

E dice che non solo morire, ma anche vivere troppo a lungo è una perdita perché porta a un declino inevitabile, che “ci deruba della nostra creatività e capacità di contribuire al lavoro, alla società, al mondo. E poi trasforma il modo in cui le persone si rapportano a noi, e, ancora più importante, si ricorderanno di noi. Non verremo più ricordati come persone vibranti e impegnate, ma deboli, inefficaci, persino patetiche”. In effetti, se uno non muore all’improvviso, di solito ci si consola dicendo che almeno le sue sofferenze sono finite. Però che di un padre resti solo il ricordo di una persona moribonda, non mi pare proprio sia così.

Il ragionamento di Emanuel, finora, è lo stesso di quelli che andavano a cercar la bella morte. Crepi giovane e bello, nel pieno delle forze, e diventi un mito come James Dean o John Fitzgerald Kennedy. Perché oggi a 75 anni sono in molti a conservare una vitalità invidiabile. E così si potrebbe dire che i 75 sono i nuovi 35 (la media fra l’età della morte dell’attore di Hollywood schiantatosi in automobile e quella del presidente degli Stati Uniti ucciso a Dallas). Il ragionamento di Emanuel, che è medico, è però diverso: prima di tutto dice di essersi sempre opposto attivamente alla legalizzazione dell’eutanasia e ai suicidi assistiti dai medici. Ma secondo Emanuel, “chi vuole morire in questo modo tende a soffrire non di dolori insopportabili, ma di depressione, mancanza di speranza e paura di perdere il controllo e la dignità”. E “la risposta a questi sintomi non è mettere fine a una vita, ma dare un aiuto”.

Arrivati a questo punto, il lettore non si raccapezza più. Emanuel lo intuisce e quindi mette in chiaro le cose: qui non sto parlando di come trattare i malati terminali, ma “di quanto a lungo voglio vivere e del genere e della quantità di assistenza sanitaria che consentirò di avere dopo i 75 anni”. E qui casca l’asino. Dopo essersi dilungato sul fatto che viviamo più a lungo dei nostri genitori, ma con più disabilità, e avere sottolineato che a 70 anni si può insegnare o comunque fare da tutori ai giovani, ma proprio questo è la prova che l’età comporta una “restrizione delle nostre ambizioni e aspettative” (chiaramente per Emanuel gli insegnanti sono dei poveri sfigati), il nostro medico di riferimento ci spiega che ovviamente a 75 anni non si suiciderà, “ma cambierà completamente il mio approccio alle cure sanitarie”.

Insomma, una volta compiuta quell’età non farà più esami medici e nemmeno si curerà più, ma accetterà solo trattamenti palliativi per alleviare il dolore. E così si potrà tornare a morire beatamente di polmonite. Come scriveva infatti all’inizio del Novecento il grande luminare canadese William Osler nel suo testo seminale “Principi e pratica della medicina”, “la polmonite può essere ben chiamata l’amica degli anziani. Portato via da una malattia acuta, breve e spesso non dolorosa, il vecchio sfuggirà in questo modo alle fredde gradazioni della decadenza così stressanti per lui e per i suoi amici”.

Però anche così uno può non curarsi dopo i 75 anni e tirare avanti ben oltre gli 80. E’ quello che è successo a mio padre: fino agli 82 anni non ha avuto problemi di salute. Emanuel sa benissimo che non si tratta di casi isolati e quindi sostiene che l’eliminazione della prevenzione deve cominciare ben prima dei 75 anni: “A 65 anni farò la mia ultima colonoscopia e mai farò lo screening alla prostata. Se dopo i 75 anni mi verrà il cancro, rifiuterò ogni cura. Allo stesso modo non farò visite al cuore. Niente pacemaker, niente defibrillatore”.

Questi sì che sarebbero veri tagli alla spesa sanitaria! E il problema delle pensioni non esisterebbe più: lavori fino a 75 anni, dopodiché sopravvivi al massimo uno o due anni. Il sistema potrebbe addirittura permettersi di versarti il 100 per cento dell’ultimo stipendio, che meraviglia! Viene davvero il sospetto che questa storia dei 75 anni sia un modo per raddrizzare i conti pubblici, probabilmente il più efficace. In effetti se penso a mio padre giungo all’amara conclusione che è per colpa di gente come lui che la Troika si è materializzata nelle sembianze di Monti-Letta-Renzi. Costretto ad andare in pensione al compimento del sessantesimo anno di età ha vissuto per ben 28 anni con una pensione pari all’80 per cento dello stipendio. Una pensione non certo d’oro, ma comunque superiore alla media. Uno svergognato esponente della casta, insomma.

Se dovessi ascoltare le analisi dei vari Alesina, Zingales e compagnia troika, dovrei cominciare a chiedermi: quanti giovani disoccupati ha sulla coscienza mio padre? Malatosi di cancro alla prostata a 82 è andato avanti fino agli 88, sei anni di spese mediche che hanno gravato sulla collettività, spese che seguendo il modello Emanuel si sarebbero risparmiate, denaro che in questo modo si sarebbe potuto dirigere verso impieghi produttivi (magari un hedge fund?). E però, se guardo indietro, devo ammettere che fino a sei mesi prima della morte, mio padre ha vissuto in maniera più che dignitosa, anche allegra. Certo, non ha lavorato, non ha prodotto niente, non ha creato valore e nemmeno gliene è stato estratto. In effetti per il sistema gli anni dai 75 agli 88 sono stati senza dubbio solo di peso e di nessun guadagno. Ma perché si sarebbe dovuto sacrificare all’equilibrio dei conti pubblici, al mito dell’efficienza? Perché avrebbe dovuto avere sensi di colpa, considerarsi un parassita e per questo affrettare la sua fine? Perché questo sistema è tanto assurdo e totalitario da pretendere anche il sacrificio ultimo, la morte? Paradossalmente, potrei dire che i suoi ultimi 13 anni di vita sono stati un’inconsapevole sfida al sistema.

Proprio per evitare che la gente si ponga certe domande, il dottor Emanuel sta cominciando a diffondere l’idea che morire a 75 anni è bello. Voi direte: ma chi è questo Emanuel? I medici pazzi ci sono dappertutto, non è proprio il caso di ascoltarli. Se volete proprio saperlo, Emanuel non è un signor nessuno che ha avuto il suo momento di gloria per averla sparata grossa. Emanuel è un rinomato oncologo e ha collaborato alla riforma sanitaria di Obama. Inoltre è fratello di Rahm Emanuel, sindaco di Chicago e da sempre uno dei più stretti collaboratori dell’attuale presidente degli Stati Uniti. Più che uno scienziato pazzo, il dottor Ezekiel Emanuel sembra il poster boy di una strategia volta a farci morire felici a 75 anni. In nome dell’efficienza del mercato.

Eriprando Sforza

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