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CAPIRE L’UNIONE EUROPEA: IL FISCAL COMPACT. (di Luca Tibaldi)

 

 

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Dopo la breve disamina sul Trattato di Lisbona, oggi cerchiamo di analizzare a grandi linee e, di nuovo, in modo comprensibile da chiunque, un altro trattato che sicuramente tutti avranno almeno sentito nominare, ovvero il “Fiscal Compact”.

Il cosiddetto “Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria” è stato firmato il 2 Marzo 2012 da tutti gli Stati membri, eccetto Regno Unito, Repubblica Ceca e Croazia (la quale non faceva ancora parte dell’UE).

Sostanzialmente il Fiscal Compact serve per introdurre una più profonda disciplina di bilancio con l’introduzione di sanzioni per quei Paesi che non rispettino “le regole” per la riduzione del deficit e del debito.

E infatti tale trattato si compone principalmente di due regole, che riguardano:

-Il pareggio di bilancio.

-La riduzione del debito pubblico.

In altre parole il Fiscal Compact è un esempio lampante di finanza “disfunzionale”, cioè che si occupa di porre limiti, vincoli, “numeri magici”, invece di essere usata come strumento al servizio dell’economia reale e del benessere comune.

 

PAREGGIO DI BILANCIO.

Per analizzare la tematica del pareggio di bilancio basta riportare per intero l’Articolo 3 del trattato.

Articolo 3:

  1. Le PARTI CONTRAENTI applicano le regole enunciate nel presente paragrafo in aggiunta e fatti salvi i loro obblighi ai sensi del diritto dell’Unione Europea:
  2. a) La posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo.
  3. b) La regola di cui alla lettera a) si considera rispettata se il saldo strutturale annuo della pubblica amministrazione è pari all’obiettivo di medio termine specifico per il Paese, quale definito nel Patto di Stabilità e Crescita rivisto, con il limite inferiore di un disavanzo strutturale dello 0,5% del PIL ai prezzi di mercato.
  4. Le regole enunciate al paragrafo 1 producono effetti nel diritto nazionale delle parti contraenti al più tardi un anno dopo l’entrata in vigore del presente trattato tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale – o il cui rispetto fedele è in altro modo rigorosamente garantito lungo tutto il processo nazionale di bilancio.”

Quindi, alcune riflessioni:

1) Gli stati vengono definiti come “parti contraenti”, come se fossimo veramente in un contratto e gli Stati non fossero altro che semplici soggetti che firmano.

2) Il pareggio di bilancio rappresenta la morte dell’economia e l’impossibilità strutturale per i cittadini di risparmiare. Ancora una volta vi rimando a questo post: https://www.facebook.com/EcoDemOrg/posts/1533422086953875

3) Con questo trattato, uno Stato che faccia deficit di bilancio sarà “illegale” e, nel caso dell’Italia, incostituzionale. Lo Stato dovrà come minimo attuare il pareggio di bilancio, ma preferibilmente il surplus di bilancio (tasse >spesa), cioè dovrà letteralmente impoverirci.

4) Con il Pareggio di Bilancio nella costituzione abbiamo, per la prima volta, una contraddizione nel testo fondamentale dello Stato. Abbiamo un articolo che sostiene una cosa e un altro articolo che sostiene l’esatto opposto. Articolo 47 e Articolo 81. Uno spiega che la Repubblica deve incoraggiare il risparmio privato, l’altro che lo Stato garantisce il pareggio di bilancio. Sono due cose opposte.

5) Uno stato che volesse ignorare queste regole verrebbe messo automaticamente sotto accusa (Excessive deficit procedure) e, sempre automaticamente, dovrebbe presentare un piano dettagliato di “correzioni”, ovvero le famigerate austerità. Superfluo è specificare che le correzioni vengono dettate dalla non eletta Commissione Europea.

6) Se lo Stato non attua le correzioni, la Commissione lo può denunciare agli altri Stati, i quali possono a loro volta denunciarlo alla Corte Europea di Giustizia, che emette sentenze sovranazionali. Quindi da lì non si scappa…

7) Quando anche negli USA si paventò l’ipotesti di mettere il pareggio di bilancio in costituzione, un gruppo di autorevoli economisti scrisse una lettera contro tutto questo. I firmatari furono:

-Kenneth Arrow, Premio Nobel 1972.

-Peter Diamond, Premio Nobel 2010.

-William Sharpe, Premio Nobel 1990.

-Eric Maskin, Premio Nobel 2007.

-Robert Solow, Premio Nobel 1987.

-Charles Schultze, consigliere di Kennedy e Johnson.

-Alan Blinder, direttore Centro per le ricerche economiche di Princeton.

-Laura Tyson, ex direttrice National Economic Council.

Fate voi…

RIDUZIONE DEBITO PUBBLICO.

Qui non serve nemmeno riportare degli articoli. Se proprio vi interessa leggerlo, la riduzione del debito pubblico è definita negli articoli 4, 5 e 6 del trattato.

Sostanzialmente, gli Stati con un debito pubblico superiore al 60% sul PIL devono attuare un programma di riduzione annuale di UN VENTESIMO della distanza tra il valore reale del debito pubblico e la soglia del 60%.

Anche qui è superfluo specificare che il programma deve essere approvato dalla Commissione Europea e dal Consiglio Europeo, i quali devono anche essere preventivamente informati di TUTTE le previsioni di spesa degli anni successivi.

In altre parole, nei prossimi 20 anni l’Italia dovrà portare il debito pubblico al 60% del PIL, ovviamente con una maxi manovra finanziaria all’anno.

Per farlo, dovrà necessariamente attuare il surplus di bilancio.

Per fare tutto questo, però, lo Stato può fare solo tre cose:

1) Aumentare le tasse.

2) Vendere il patrimonio pubblico.

3) Ridurre la spesa pubblica.

Analizziamo le tre ipotesi.

1) Aumentare le tasse permette allo stato di ridurre il deficit e di avere liquidità nel breve periodo. Peccato che un livello alto di tassazione DEPRIMA l’economia.

Se c’è meno ricchezza nel settore privato, ci sono meno consumi, c’è meno produzione, c’è meno offerta di lavoro, c’è più disoccupazione, arriva la recessione e, paradossalmente, alla fine arriva anche una RIDUZIONE del gettito fiscale (perché se ci sono meno redditi e meno consumi, questi fanno abbassare le tasse), creando un circolo vizioso che porta al collasso.

2) Vendere il patrimonio pubblico, cioè privatizzare, può allo stesso modo consentire allo stato di fare cassa nel breve periodo. Ma il risultato complessivo sarebbe molto, ma molto modesto rispetto all’entità del debito che deve essere ridotto. Inoltre, privatizzando, lo Stato si troverebbe privo di risorse potenzialmente fruttuose per la crescita.

Riguardo al tema delle privatizzazioni si sono espressi in modo inquietante anche due personalità che di questi temi ne capiscono sicuramente più di me.

Franco Bassanini, ex presidente di Cassa Depositi e Prestiti: “Io non mi appassiono alle privatizzazioni. Vanno fatte con molta cautela, perché il rischio della svendita è altissimo”.

Lorenzo Codogno, capo direzione analisi economico-finanziaria del dipartimento del tesoro: “Il problema è che (con le privatizzazioni di Finmeccanica, ENI, ENEL, etc. nda) non prendi tantissimo, perché ho fatto il calcolo un po’ di tempo fa… sono 12 miliardi, meno di un punto di PIL. Comunque la vera risorsa sono le utilities a livello locale. Lì sono veramente tanti, tanti miliardi. Il problema è che non sono soldi nostri, dello stato. Sono dei comuni, delle regioni. E quindi bisogna cambiare il Titolo V della Costituzione. ED ESPROPRIARE I COMUNI E LE REGIONI”.

Bella gente, vero?

3) Ridurre la spesa pubblica… è un’operazione molto più complessa delle altre, e ricordate che la spesa pubblica rappresenta la liquidità che lo Stato immette nel settore privato. Se la riduci, riduci la ricchezza del settore privato.

A questo punto mi si potrebbe rispondere: “Eh, però l’Italia è piena di sprechi! E poi ci sono i costi della politica! Cominciamo a tagliare quelli, che le cose miglioreranno!”.

Sebbene a livello “morale” tutto questo sia sacrosanto, mi dispiace molto ma a livello economico tagliare “gli sprechi e la casta” non servirebbe assolutamente a niente. Basta che guardiate un qualsiasi grafico sui “costi della politica” confrontandolo con i “costi dell’Europa” e comprendrete con facilità il divario che li separa. Tagliare gli sprechi della casta è come mettere un cerotto sul braccio mentre sto morendo dissanguato, è come spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua.

Quando vi dicono che bisogna tagliare la spesa per eliminare gli sprechi vi stanno raccontando BALLE. L’unico taglio che produca una quantità consistente di risorse è il taglio alla spesa fondamentale, quella che finanzia i servizi sociali, le pensioni, l’istruzione, le infrastrutture, la cultura, la tutela del patrimonio culturale, ambientale, etc.

Questo è ciò che ci aspetta. Impoverimento strutturale per sottostare a vincoli e limiti imposti da persone che non abbiamo mai votato e firmati da persone che hanno commesso un delitto contro la personalità dello Stato.

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Luca Tibaldi

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