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Brexit: grande confusione, non hanno capito il messaggio. (di Paolo Savona)

 

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Dopo l’annuncio che gli inglesi avevano deciso di uscire dall’Unione Europea la prima reazione a caldo fu che gli effetti su di noi sarebbero dipesi dai modi in cui i gruppi dirigenti “europeisti ad oltranza” avrebbero reagito alla decisione. Potevano insistere sul “peggio per loro” e continuare sulla strada del così detto “approfondimento” dell’Unione intergovernativa senza tenere conto delle reazioni popolari oppure decidere di sedersi al tavolo per decidere di imprimere alla politica europea un indirizzo più consono alla volontà dei loro elettori per evitare il peggio.

Questa seconda alternativa richiede che l’incontro avvenga fuori dalle istituzioni ufficiali europee, che hanno perso consenso e sono sotto attacco, come sembrava stessero orientandosi a fare la Merkel, Holland e Renzi non invitando Junker alla loro consultazione. Se così di decidesse per superare i vincoli del meccanismo di consultazione ufficiale, si potrebbe invitare Cameron o il suo successore senza che ciò suoni a offesa alla volontà espressa dalla maggioranza degli inglesi, mentre sarebbe un atto di rispetto per la larga minoranza che ha votate di restare.

Basandosi sulle svariate e variegate dichiarazioni rese prima e dopo il referendum sembra di poter valutare che l’Europa non abbia intenzione di cambiare e proceda disunita e imperterrita verso il baratro (come valutano Soros e Munchau, per ricordare solo alcuni). Ciò che sorprende è la valanga di critiche rivolte alla democrazia da parte delle élite europee di ogni estrazione, peraltro le uniche che hanno accesso ai media.

Trattano il popolo come un gregge barbaro e ignorante, mentre loro si autodefiniscono implicitamente civili e acculturati, capaci di valutare la volontà popolare meglio dell’elettore; alcuni si spingono fino a sostenere che il popolo ha diritto alla sovranità non perché sia l’unico sovrano accettabile, tesi che ha reso sempre nervose le élite, ma solo se vota bene; ovviamente il buon voto è quello che esse hanno in mente. Alcune curiose critiche sono state rivolte ai vecchi, soprattutto quelli che giacciono negli ospedali, che hanno votato exit, mentre sono stati indirizzati elogi ai giovani che hanno votato remain – e fin qui nessuna obiezione – se non fosse che è stato aggiunto che le loro preoccupazioni erano che non potessero più beneficiare dell’Erasmus nel Regno Unito. Nel leggere i commenti viene un senso di frustrazione per chi sogna un Europa diversa, palesemente impossibile allo stato attuale della cultura dei gruppi dirigenti.

Questo quotidiano è l’unico che ha sostenuto la tesi che,se si voleva seriamente affrontare il rischio dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si dovesse uscire dal dibattito sull’immigrazione e sui costi e benefici della scelta, e convocare un negoziato che inviasse agli elettori il messaggio che i gruppi dirigenti avevano capito cosa stesse succedendo e intendevano affrontare il problema. I primi a non averlo capito sono i gruppi dirigenti inglesi, i quali si sono perfino rifiutati di comunicare alla pubblica opinione quello che una ventina di illustri politologi ed economisti, che si erano riuniti a Oxford in marzo per discutere del problema, avevano espresso in un breve comunicato. Vi sono fondati motivi per ritenere che questa miopia sia congenita.

Uno dei temi che possono essere messi in agenda nell’incontro pre-negoziale proposto dovrebbe essere la creazione di una Scuola europea, l’unica che può creare entro un lasso necessario di tempo l’homo sapiens europeo, di cui ahimè ancora non ci sono tracce. Questo è il suggerimento che ho dato, attraverso un’udienza in Parlamento, al Governo Renzi, quando andava preparandosi per la presidenza del semestre europeo. Sarebbe stata un’occasione di prestigio per l’Italia e un vincolo alle scelte che il Regno Unito si accingeva a prendere, perché gli inglesi hanno Scuole eccellenti e usano la loro lingua per insegnare. E’ stato giustamente scritto che, uscendo dall’Unione Europea, il Regno Unito perde non solo il diritto a fare usare l’inglese negli incontri ufficiali, ma anche quello di avere un veicolo per la diffusione dei loro importanti contributi nell’organizzare le tre istituzioni poste a presidio delle libertà: la democrazia, le cui caratteristiche hanno confermato con il sacrosanto referendum (mentre Renzi pare abbia detto con soddisfazione che eravamo protetti dal divieto incluso nella nostra Costituzione, quella che ha sostenuto non funzioni più, chiamandoci a correggerla, ma non in senso democratico); lo Stato di tipo westfaliano, nel quale mostrano ancora di credere non offrendo l’Unione Europea una degna alternativa; e il mercato, che essi mostrano di sapere e volere gestire (non a caso Cameron, nella lettera indirizzata a Tusk con la quale aprì la trattativa con l’Europa, scrisse che uno degli scopi dell’iniziativa referendaria del Regno Unito era iniettare nel DNA europeo il principio della concorrenza di mercato).

Paolo Savona, Milano Finanza 28.6.16

 

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