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BPVI WARRANT E BANCO AMBROSIANO: PUO’ ESSERE UNA SOLUZIONE SODDISFACENTE?

 

 

ambro

Al disastro degli azionisti della BPVI ed alle loro fortissime perdite si parla di portare un sollievo con l’offerta da parte della banca di warrant, ma in cosa consisterebbe questa possibile soluzione?

 

Prima di tutto cos’è un warrant ? Un warrant è un’obbligazione “Call”, cioè un diritto di acquistare un titolo borsistico ad un certo prezzo entro una certa data. Quindi chi ha un warrant ha il diritto di comprare un titolo, azionario o obbligazionario, entro una certa data o ad una certa data, ad un prezzo determinato. Al contrario di un contratto “Future”, che presuppone un obbligo all’acquisto (o alla vendita ) di un titolo ad un prezzo predeterminato ,  il “Warrant” è un diritto per cui si presenta con un profilo molto meno rischioso: mentre un Future può assumere valori negativi, il Warrant può valere al minimo 0. Insomma con il “Warrant” ci può essere solo possibilità di guadagno,ma non di perdita. 

Faccio un esempio pratico: ho un “warrant” per acquistare azioni ENI ad 1 euro ad una certa data futura. Se la quotazione delle azioni alla scadenza  è 1,5 euro , allora il mio warrant varrà 0,5 euro, pari allo sconto che otterrò nell’acquisto del titolo. Se il valore delle azioni è 1 il mio warrant varrà 0. Se il valore delle azioni sarà 0,5, il mio warrant varrà comunque 0, perchè non avrò nessun obbligo ad eseguirlo. 

Il warrant è stato citato non solo per compensare i soci BPVI , ma anche per gli ormai ex soci delle banche “Salvate ” con il Bail In . Già noi, un mese fa, abbiamo parlato della realizzazione possibile di un’operazione come quella che , negli anni ’80, portò al risanamento del Banco Ambrosiano ed alla sua nuova quotazione in Nuovo Banco Ambrosiano, ma , al contrario di tanti entusiasti  dell’ultima ora, lo abbiamo fatto con una certa cautela perchè conoscevamo alcuni aspetti complessi dell’operazione degli anni ottanta e , soprattutto , le grandi differenze fra i due casi.

Torniamo ai tempi di Roberto Calvi, quel periodo torbido, ma vivo, a cavallo fra gli anni ’70 ed ’80, per descrivere come avvenne l’operazione, ma anche per mostrarvi come nulla di nuovo risplende sotto il sole

Il Banco Ambrosiano era nato alla fine del XIX secolo ed era diventato un po’ la cassaforte della Milano bene. negli anni ’70, come la Banca Privata di Sindona, aveva iniziato una prepotente crescita internazionale, con filiali quali Banco Ambrosiano Overseas di Nassau e il Banco Ambrosiano Luxebourg. Questa crescita era alimentata da  una compagine societaria opaca e da partite di giro che coinvolgevano lo IOR, cioè la banca vaticana :  Banco Ambrosiano prestava denari allo IOR e lo IOR comprava azioni del Banco Ambrosiano. Come vedete a Vicenza non hanno inventato nulla.

Comunque la situazione progressivamente peggiora. Calvi si rifiuta di aiutare Sindona e questi , per ripicca, ne danneggia l’immagine con dei cartelloni che parlano di difficoltà del Banco Ambrosiano. Siamo al 1977. Nel 1978 la Banca d’Italia inizia una serie di ispezioni che coinvolgono l’esportazione di capitali. Calvi ha paura e fa blindare la sua Mercedes. 

Nel 1981 compra il 40% del “Corriere della Sera” di Rizzoli, pensando di poter influenzare i risparmiatori tramite la stampa (altra cosa che non abbiamo mai più rivisto…), ma viene arrestato per la precedente indagine per esportazione di capitale. Cede il Corrierone esce di galera e viene reintegrato nelle sue cariche, ma, ormai, non ha più la fiducia della Banca d’Italia e fa sempre più fatica a coprire i buchi di bilancio, spesso con fondi di dubbia provenienza se non fonte di riciclaggio.

La Banca d’Italia cerca di metterlo sotto controllo e , su indicazione del governatore Ciampi, anche per far luce sulla proprietà , impone la quotazione in borsa (altra cosa che non abbiamo già visto) il 5 maggio 1982.  Purtroppo, nonostante gli interventi e le pressioni di Calvi, con sponde politiche varie ed addirittura con una lettera a Giovanni Paolo II, verso lo IOR affinchè ottemperi alcuni suoi impegni e salvi il Banco Ambrosiano. la situazione dell’istituto milanese è troppo compromessa. Il 17 Giugno 1982 (poco più di un mese dopo la quotazione…) Calvi fugge a Londra, dove verrà ucciso il giorno dopo, e la Banca d’Italia commissaria l’istituto. Le azioni vengono sospese ed è la fine del Banco Ambrosiano con un buco per 2 mila miliardi di lire.

Il Banco Ambrosiano vede azzerato il proprio capitale, ma un pool di banche  , organizzato dalla Banca d’Italia , interviene per salvare almeno correntisti, obbligazionisti e creditori (tra cui con diverse centinaia di miliardi l’Eni, di proprietà dello stato). Questo pool ,  potremmo dire il fondo Atlante dell’epoca,  formato da banche pubbliche (IMI, BNL , San Paolo) e private (Banca Cattolica del Veneto, Banca Popolare di Milano, Banca San Paolo di Brescia, Credito Emiliano e Credito Romagnolo), nomina amministratore un giovane Giovanni Bazoli, che iniziò li la sua carriera, e , tagliando le filiali estere in perdita , risana la situazione. Il “Nuovo Banco Ambrosiano” deve tornare in borsa, ma come attrarre gli azionisti bastonati ?

Ecco che nasce l’idea del “Warrant” , un buono  acquisto, un’opzione, ceduta gratuitamente agli azionisti che dava diritto ad acquistare a 1000 lire (warrant di tipo A) o a 1300 lire (warrant di tipo B) le azioni del Nuovo Banco Ambrosiano quando fossero state immesse sul mercato. La quotazione attesa delle nuove azioni era intorno alle 1350 lire per azione, ma ci si aspettava un forte rialzo per l’interesse di alcune casse di Risparmio Venete e Lombarde. I warrant furono anche trattati separatamente dal titolo ordinario, giungendo al cosiddetto “Terzo Mercato” (un tavolo vicino ai cessi di Palazzo Mezzanotte, sede della borsa….) anche quotazioni vicine alle 1000 lire per i warrant di tipo A ed alle 650 per i warrant di tipo B.

Il problema era che le azioni del Banco Ambrosiano , il giorno della chiusura delle quotazioni, valevano ancora 29.500 lire, per cui i warrant concessi furono, al massimo , una sorta di invito a rientrare nella compagine sociale, ma riuscirono  a compensare solo in minima parte le perdite degli azionisti.

 La stessa situazione  può  riproporsi  per BPVi: la differenza fra perdite per chi ha sottoscritto gli ultimi aumenti di capitale (62,5 euro ) e presumibile valore di quotazione in borsa della società è talmente grande che nessun warrant potrebbe costituire un serio rimborso: infatti ammettiamo che il valore delle azioni passi da 0,1 euro per azioni a 15 euro per azione, ed il fondo Atlante, per senso di generosità e giustizia , conceda un warrant  gratuito a 10 euro per azione. In questo caso il valore del warrant stesso sarebbe costituito dalla differenza fra il futuro valore di IPO (15 euro) ed il valore di esercizio di warrant, (10 euro), cioè 5 euro per azione. Questo costituirebbe un rimborso pari all’8% delle perdite per chi ha acquistato le azioni all’aumento di capitale del 2014. Un po’ pochino, ma consideriamo che vendere a 15 euro significherebbe vendere a 150 volte il valore di acquisizione delle azioni per il Fondo Atlante, per cui avremmo da un lato un Fondo Atlante enormemente in utile, dall’altro azionisti con una perdita ancora del 90%.

Naturalmente passerà molta acqua sotto i ponti , prima dell’eventuale emissione di warrant. Magari i nuovi amministratori saranno in grado di trovare qualche soluzione fantasiosa che, ora , non ci viene in mente, ma questo strumento sembra essere più adatto a ricostruire una compagine azionaria che a dare un effettivo rimborso agli azionisti. Per questi, ancora oggi, non restano che le azioni legali o i tavoli di conciliazione. 

 

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