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Barrack dalla Costa Smeralda al no alla globalizzazione (di Marcello Bussi)

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Barrack, l’immobiliarista californiano che da poco ha venduto la Costa Smeralda, è uno dei massimi finanziatori e consiglieri di Trump. E in un saggio si scaglia contro la globalizzazione di Marcello Bussi

 

I lettori distratti rischiano di avere l’idea che la corsa alla Casa Bianca di Donald Trump sia solo frutto della sua megalomania e del successo del reality show The Apprentice, che lo ha reso celebre in tutto il mondo grazie al micidiale «You are fired». In realtà intorno a Trump si è raccolta una squadra agguerrita, dai nomi prestigiosi e di grande esperienza, primo fra tutti l’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani. Potrebbe sorprendere il ruolo preponderante di un personaggio che ha avuto molto spazio sui rotocalchi italiani, in quanto proprietario, fino a poco tempo fa, della Costa Smeralda, ora ceduta al Qatar per circa 600 milioni di euro: si tratta di Thomas Barrack, immobiliarista di Los Angeles di origini libanesi, patron di Colony Capital e proprietario, tra l’altro, del Neverland Ranch, la casa di Michael Jackson.

Prima di entrare nel mondo degli affari, però, Barrack è stato addirittura l’avvocato personale del presidente Richard Nixon. E forse non è un caso che il discorso di investitura di Trump alla convention repubblicana, abbia ricordato a molti quello del capo della Casa Bianca poi travolto dallo scandalo Watergate. D’altronde l’America di oggi presenta molte somiglianze con quella a cavallo fra gli anni 60 e 70, messa alle corde dalla crisi economica e dagli scontri razziali. E se allora c’era la guerra del Vietnam, oggi c’è il terrorismo di matrice islamica a provocare lutti e tensioni. Barrack non è solo uno dei massimi finanziatori della campagna elettorale di Trump, ma è anche uno dei suoi principali consiglieri e amici. Inoltre ha già avuto esperienze di governo come vice sottosegretario agli Interni dell’amministrazione Reagan. Non è certo un improvvisato, quindi. All’inizio della convention repubblicana, Barrack ha pubblicato un breve saggio su uno dei temi fondamentali del programma di Trump: la critica alla globalizzazione.

Dall’inizio della sua corsa, il candidato alla Casa Bianca ha battuto il tasto sulla necessità di rivedere i trattati commerciali con tutti i Paesi con l’obiettivo di rimettere l’America al primo posto. Nel suo saggio, intitolato Globalization Revisited (La globalizzazione rivista), Barrack inserisce le proposte di Trump in una cornice storica e teorica. Il boss di Colony Capital osserva che oggi «il sostegno alla globalizzazione si sta sgretolando negli Stati Uniti e in molte altre nazioni. La globalizzazione è largamente vista come una forza che mina il sogno americano, è sotto attacco sia da destra che da sinistra come una minaccia per i lavoratori e per la base manifatturiera americana».

Il quadro tracciato da Barrack non lascia spazio all’ottimismo e rovescia la retorica degli ultimi 30 anni: «L’attuale ondata di confusi accordi commerciali, i massicci interventi delle banche centrali in tutto il mondo, le economie guidate dai debiti e le spaccature provocate dalla tecnologia hanno generato una tempesta perfetta che sta devastando il benessere economico della classe media americana, seminando un’ansia pervasiva tra gli elettori e facendo a brandelli la fiducia pubblica in quasi tutti i leader politici e le istituzioni di governo». L’amico e finanziatore di Trump mette in evidenza che «senza grandi riforme delle nostre politiche commerciali, sull’immigrazione, sula regolamentazione dell’economia e nella politica estera, gli Usa perderanno la capacità di generare la crescita delle risorse necessarie a migliorare le nostre scuole scarsamente efficienti, dare un’adeguata assistenza sanitaria, adempiere ai nostri obblighi nei confronti degli anziani veterani, fornire una robusta struttura alla nostra difesa militare e modernizzare il nostro obsoleto sistema di sicurezza sociale».

Dopo avere lodato gli effetti positivi della prima globalizzazione, quella avvenuta subito dopo la guerra con Bretton Woods, il Piano Marshall e il Gatt, «negoziati in primo luogo da leader militari e non da dirigenti d’azienda», Barrack passa a esaminare la cattiva globalizzazione che ha fatto seguito alla fine della convertibilità dei dollari in oro, decretata nel 1971 proprio da Nixon. Una necessità, all’epoca, ma che ha cominciato a innescare effetti perversi. Uno dei più deleteri è l’attuale rapporto con la Cina, che conta riserve per quasi 4 mila miliardi di dollari, di cui più di 1.000 detenuti in titoli di Stato Usa e molti di più investiti in altri asset americani. Questo, osserva Barrack, non solo «ha consentito la dipendenza dell’America dal debito», ma ha anche «contribuito alla perdita di milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero americano e alla stagnazione dei salari della classe media». Dalla ratifica del Nafta, il trattato di libero scambio del Nord America, si è avuta una perdita netta di oltre mezzo milione di posti di lavoro, molti impianti manifatturieri di colossi come Ge, Chrysler  e Caterpillar sono stati chiusi e le disuguaglianze di reddito sono aumentate. E anche il Messico ha subito pesanti danni dall’accordo: i salari reali sono diminuiti, l’emigrazione è aumentata e la crescita del pil ha rallentato ai minimi storici.

Barrack mette poi sul banco degli imputati la finanza: dal 1997 al 2007 i tradizionali traini della crescita economica (servizi, agricoltura e industria) sono stati «rimpiazzati da strumenti finanziari sempre più esotici e complessi». Dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, infine, il dominio è passato alle banche centrali. «La forza trainante della politica economica degli Stati Uniti», avverte Barrack, «non è più il segretario al Tesoro ma una nuova razza di banchieri centrali con gli steroidi». Il risultato è che «abbiamo raggiunto il punto in cui le banche centrali non sono più la soluzione, ma sono diventate il problema». In conclusione, «i maggiori beneficiari delle attuali politiche monetarie e fiscali sono una piccola e già ricca classe di investitori finanziari mentre la vasta maggioranza dei lavoratori dai salari medi e bassi vive con poca speranza in un futuro economico migliore».

Barrack non lo dice esplicitamente, ma nel suo ragionamento traspare il timore che queste masse un tempo spina dorsale degli Stati Uniti e ora messe in un angolo possano ribellarsi. Per lui un voto per Trump è l’ultima possibilità per evitare che gli Usa precipitino nel caos. Non per niente il mentore di Barrack, Nixon, fu un politico di destra che mise in atto politiche economiche di sinistra.

Marcello Bussi, Milano Finanza 25 luglio 2016

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