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Andamento del Misery Index in Italia ed in Europa (di C.A. Mauceri)

L’indice di sofferenza, o di infelicità, (in inglese misery index) è un indice economico, creato dall’economista Arthur Okun e basato sulla somma del tasso d’inflazione e del tasso di disoccupazione. Trattandosi della semplice somma non pesata di due parametri disomogenei in molti lo hanno criticato. Ad esempio, uno studio del 2001 giunse alla conclusione che la disoccupazione influenzava in molto maggiore la percezione dell’infelicità rispetto all’inflazione.

Ciò nonostante è considerato da molti un indicatore importante, come dimostra il fatto che quasi tutti i candidati alla presidenza americana lo hanno adoperato (da Jimmy Carter, nel 1976, a Obama).

Pochi giorni fa, a comunicare i risultati dell’analisi basata sui dati del 2016 è stata Bloomberg che ha messo insieme le stime 2017 sull’inflazione e sulla disoccupazione di molti Paesi e ha stilato una classifica. Al primo posto, quindi nelle condizioni peggiori, è il Venezuela che si è aggiudicato questo record negativo per il terzo anno consecutivo. Per contro all’ultimo posto, sebbene con un netto peggioramento, c’è la Thailandia (ma solo grazie alla modalità con cui lo Stato calcola il proprio tasso di disoccupazione).

Tra i primi dieci posti di questa classifica due sono i paesi europei: la Grecia e la Spagna. Ma in generale sono molti i paesi che hanno visto peggiorare la propria performance: a cominciare dalla Polonia che, secondo il Misery Index, vedrà peggiorare le condizioni economiche dal 45° al 28° posto in classifica. E così anche per Romania, Estonia, Lettonia e Slovacchia. Perfino il Regno Unito ha registrato un netto peggioramento passando dal 38° al 31° posto della classifica a causa secondo alcuni della Brexit che ha causato un crollo della sterlina ai minimi di 30 anni e di conseguenza un forte incremento dell’inflazione. Terzultima e primo paese europeo, la Svizzera seguita dal Giappone (nonostante la galoppante inflazione che secondo molti analisti avrebbe dovuto far fallire in paese già da tempo). E poi i paesi scandinavi, dall’Islanda alla Danimarca alla Norvegia, che è il paese che ha fatto registrare il miglioramento più consistente. Solo, si fa per dire, 49esimi gli Usa.

Anche la performance dell’Italia è peggiorata: occupa la tredicesima posizione con un netto calo rispetto all’anno precedente (era 15esima). Ma per quanto riguarda il Bel Paese la situazione potrebbe essere peggiore del previsto. Mentre il dato di Bloomberg parla di un valore pari 12,8, un’analisi analoga condotta da Confcommercio riporta un valore stimato di 20,3 punti, tornando quindi sui livelli di giugno 2015, con una significativa accelerazione (+0,9 punti rispetto a dicembre) della tendenza che ha caratterizzato l’indicatore a partire da marzo 2016. La differenza è dovuta al fatto che l’andamento degli ultimi mesi – spiega una nota di Confcommercio – è stato determinato esclusivamente dalla componente relativa ai prezzi la cui variazione.

C.Alessandro Mauceri

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