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A proposito di Brexit ed uno sguardo di fiducia al futuro dell’Europa (e al nostro) di Domenico Romaniello

 

 

 

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Il problema della crisi democratica ed il ruolo dei media

I temi che dovrebbero essere a noi tanto cari, nella nostra Civiltà del nuovo millennio, quelli della custodia del Creato, della ripartizione equa delle risorse, dell’ambiente, della giustizia sociale, quelli del lavoro, sono naturalmente intimamente connessi ai temi della macroeconomia.

Il tema del Brexit è, quindi, decisamente primario in quanto è e sarà collegato a prossimi scenari geopolitici e macroeconomici importanti per l’Europa e per il resto del mondo.

Come esprimeva un grande scrittore francese, Hervé Kempf, nel suo libro “Comment les riches détruisent la planète” (esaltato anche in un memorabile discorso del presidente Venezuelano Hugo Chavez alla conferenza mondiale sul Clima di Copenaghen del 2009), se non si ridurranno i consumi, sarà il pianeta ad essere consumato, così come se non si invertirà la tendenza, la democrazia stessa sarà in pericolo perché l’informazione sarà sempre meno libera e il dissenso tacciato di “terrorismo” e criminalizzato. Le neodemocrazie dispongono di tecniche di controllo sociale che i despoti del passato non avrebbero osato sognare” e tutto ciò con l’appoggio dei media…

Quanto sopra, come detto, vale per il tema delle risorse – se si deve dare credito agli scienziati che affermano che la crisi finanziaria globale derivi essenzialmente da una crisi di risorse – ma vale anche per la crisi dell’Eurozona e del nostro Paese che non affonda le sue radici, invece, nella scarsità di risorse, ma in una profonda crisi del debito privato, nelle dichiarate carenze nella progettazione dell’unione monetaria, come sostenuto dallo stesso Vicepresidente della Banca Centrale Europea, Victor Constâncio, in un ormai famoso intervento del 2013 alla Banca di Atene1, e nella rigidità delle regole imposte dai trattati europei per i Paesi aderenti all’Euro.

A conferma di ciò (della deriva democratica), nei giorni scorsi, prima del voto britannico e successivamente, abbiamo potuto assistere alle diverse forme di attacco alla libertà di espressione di un Popolo sovrano, laddove si è ampiamente parlato su tutti i principali quotidiani nazionali ed esteri di “rischio contagio: altri Paesi potrebbero orientarsi verso il referendum2”, “rischio guerra in caso di uscita3”, fino ad arrivare alle critiche post esito del voto rilasciate da alcuni massimi nostri esponenti politici – tra i quali si possono citare anche Monti e Napolitano – i quali hanno parlato rispettivamente di: “abuso di democrazia compiuto da Cameron” e di “democrazia che è il popolo che si esprime anche affidando ai rappresentanti le scelte e le decisioni”, aggiungendo che “È un colpo molto duro, con elementi di destabilizzazione economica e politica4.

La gravità (e la spavalderia) di tali affermazioni proferite su tutti i principali canali dei media appare francamente incredibile.

Il rischio, prima del voto e, a maggior ragione dopo, sarebbe costituito dal fatto che altri Popoli potrebbero essere incoraggiati a scegliere democraticamente, mediante referendum, la loro governance futura?

Solo queste affermazioni, lette in abbondanza su tutti i quotidiani in questi giorni, dovrebbero farci riflettere a fondo.

L’Europa di oggi, così come strutturata, non è certo il “sogno dei nostri Padri”.

Se i nostri nonni, che hanno combattuto per liberare il nostro Paese dall’occupazione tedesca – da una parte e dall’altra delle barricate della dolorosa guerra civile italiana svoltasi tra il ‘43 ed il ’45 – potessero assistere oggi a questo orrore di “Sogno europeo”, ne morirebbero.

Entrando nel più tecnico, l’Europa non è un’area valutaria ottimale5 e la costruzione degli Stati Uniti d’Europa – concetto antistorico – non può passare unicamente da un accordo rigido di cambio a tasso fisso denominato “Euro” che ha avvantaggiato unicamente alcuni Paesi facendo esplodere le loro bilance commerciali (Germania in testa), spazzando via le economie di altri (i Paesi del Sud Eurozona), creando a questi ultimi più danni di quelli di una guerra.

Gli effetti di tali danni sono incalcolabili: aziende fallite, suicidi, migrazioni di massa dei giovani, taglio del welfare, tagli alla sanità e all’istruzione, distruzione dello stato sociale, aumento della mortalità infantile6, ecc.

Gli economisti più illuminati – quelli indipendenti guidati dalla scienza economica (Paul Krugman7, Joseph Stiglitz8, Christopher Pissarides9, Amartya Sen10, solo per citarne alcuni tra i più popolari anche tra il pubblico dei non addetti) – calcolano che tali danni incalcolabili peseranno sulle spalle di tali Popoli – e del nostro – per decenni.

Lo sfaldamento della costruzione europea ed il primato degli Stati

Personalmente ho, quindi, sperato per anni affinché qualche altro Paese portasse finalmente avanti l’iniziativa di porre fine a questa costruzione neoliberista, antistorica ed antidemocratica denominata “Unione Europea”, più convinto che la liberazione sarebbe arrivata dalla Grecia (provata e ridotta a Paese del terzo Mondo dagli effetti della costruzione di tale “sogno” e dalle cure della Troika), o dalla Francia (i Francesi sono un Popolo avvezzo alle rivoluzioni, come dimostrano i recentissimi eventi in occasione dell’introduzione delle riforme del mercato del lavoro), piuttosto che dall’UK.

Questo poiché gli Inglesi dispongono comunque già della sovranità valutaria – e quindi conservano la loro politica dei tassi di cambio – oltre che della politica monetaria e di quella fiscale – e per tali motivi sono riusciti ad uscire sostanzialmente indenni dagli effetti della crisi del 2008 dalla quale il resto dell’Europa (agganciata al buco nero dell’accordo di cambio rigido) non ha ancora trovato la cura, nonostante le massicce immissioni monetarie effettuate dalla Banca Centrale.

Il risultato del voto inglese del 23 giugno scorso è storico.

Ma non per le motivazioni risibili avanzate a gran voce e con toni da catastrofe da tutti i media nazionali ed esteri.

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, infatti, non porterà ad alcuna sostanziale variazione dei sistemi e dei rapporti economici (anche in questo caso gli economisti più illuminati – quelli che non hanno voce sulla rassegna stampa della “fabbrica del consenso” di chomskiana memoria – ci rassicurano).

In effetti, volendo rifarsi a qualche dato reale, ad oggi il Regno Unito risulta importatore netto di beni dell’Unione Europea (principalmente dalla Germania) per quasi 120 miliardi di euro all’anno11 ed appare alquanto improbabile che quest’ultima (sia l’Unione Europea, sia la Germania) si possa fare promotrice di azioni per danneggiare gravemente la sua stessa bilancia commerciale.

L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ha unicamente un significato fondamentale: il significato politico della possibile riconquista del primato dello Stato (che si fonda su noi cittadini, che non possiamo fallire) sul sistema finanziario (che, al contrario, può fallire in qualsiasi momento e che si muove su logiche non sociali) e che pur tantissimo ha fatto nelle scorse settimane attraverso la voce dei suoi media per convincere l’elettorato delle gravissime conseguenze e delle catastrofi che sarebbero derivate dell’uscita dal “Sistema”.

Pensando al nostro Paese, gli Italiani – che in gran parte pare non si rendano conto della gravità estrema della situazione macroeconomica della nostra Nazione – oggi difendono questo stesso sistema; tuttavia sono convinto che saranno i primi a festeggiare nelle piazze una volta che qualcun altro ci avrà liberati: la Storia insegna sempre.

Ed allora, forse qualcuno ci potrà ricordare della citazione di un famoso Inglese (a proposito di Inglesi): “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.”

Ma il sistema era già tragicamente fallito

La storia ci insegna anche come ogni accordo che fosse derivato da una forte costrizione al sistema abbia portato a conseguenze catastrofiche e studiosi attenti in tempi recenti ci evidenziano oggi come il candidato più vero all’assunzione di colpa della grande Depressione e alla nascita degli ultimi grandi conflitti mondiali sia stato il “Gold Standard”.

Infatti, economisti come Barry Eichengreen e Peter Temin hanno costruito dei parallelismi fra i due crolli, quello del 1929 e quello del 2008. In particolare, proprio storici dell’economia come Eichengreen e Temin hanno recentemente evidenziato nei loro studi la chiave del malfunzionamento del sistema del Gold Standard nella determinazione della Depressione, come pure della sua estrema gravità. Dalla metà del XIX secolo, infatti, quando la maggior parte dei paesi ancorarono rigidamente le loro valute ad una parità fissa con l’oro, il sistema si resse fino a quando i paesi si supportavano con trasferimenti monetari per compensare le crisi di bilancia dei pagamenti. La Prima Guerra Mondiale interruppe tale sistema e, per conseguenza, molti paesi si trovarono agganciati a un cambio fisso del tutto inadeguato rispetto alle valute di altri paesi, soffrendo di ricorrenti problemi di bilancia dei pagamenti come risultato del valore sopravvalutato delle loro valute12.

Il sistema di vincolo valutario creato dall’Unione Europea oggi è il medesimo di quello del Gold Standard e la Storia, purtroppo, non ha aiutato la nostra classe politica – come quella di altri paesi – a considerare i tragici effetti di scelte economiche che si sono già rivelate del tutto fallaci in passato.

Uno sguardo di rinnovata fiducia al nostro futuro

Personalmente, quindi, sono convinto che l’Europa sarà costretta a sciogliere i suoi vincoli monetari e, come “sogno utopistico”, spero possa essere rifondata nel medio termine solo su basi di condivisione “politica” di alcuni punti cardine di un programma complessivo in modo tale che essa possa costituire un polo decisionale forte nelle scelte fondamentali che riguardano l’intero Pianeta, tutt’ora tristemente e gravemente irrisolte.

Tali scelte fondamentali riguardano: la distribuzione equa delle risorse, la salvaguardia dell’ambiente, la gestione del Climate change, la gestione della “transizione” verso nuovi modelli economici, energetici e dei consumi, la gestione delle trasformazioni delle economie e delle Città per affrontare con “resilienza” quei gravi eventi che incombono anche su di noi Occidentali e dei quali oggi – anche grazie alle crisi – possiamo accorgerci appieno (migrazioni di massa, scarsità di risorse, povertà, gravi ingiustizie e tensioni sociali, ecc) e per le cui soluzioni occorrerebbe avere un peso importante ai tavoli delle decisioni globali con gli altri rappresentanti del mondo: USA, Canada, Giappone, Cina, BRICS.

Per questo spero che l’UK, con il voto del 23, abbia posto le basi democratiche di avvio di un processo – che sarebbe stato, e che comunque sarà, inevitabile – di scardinamento di questa Europa irrazionalmente vincolata a livello di un cambio fisso valutario.

Per poter iniziare presto a costruirne un’altra vincolata dai più alti principi della salvaguardia del Creato e del benessere sociale dei suoi Popoli.

(Ovviamente Goldman Sachs permettendo)

Domenico Romaniello13

1 The European Crisis and the role of the financial system, Speech by Vítor Constâncio, Vice-President of the ECB,

at the Bank of Greece conference on “The crisis in the euro area”, Athens, 23 May 2013

3 Dal discorso di Cameron del 2 giugno, alla volata finale della campagna verso il referendum sulla Ue.

4 http://www.huffingtonpost.it/2016/06/24/brexit-romano-prodi_n_10651234.html

5 Quella di Robert Mundell, premio Nobel ’99 per la sua ricerca del ’61 sulle “Optimum Currency Area”.

6 http://www.repubblica.it/salute/2014/02/22/news/grecia_mortalit_infantile-79326564/

7 Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia nel 2008 nel 1999 dichiara: “Adottando l’Euro, l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”.

8 Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia nel 2001: “Questa crisi, questo disastro è artificiale e in sostanza questo disastro artificiale ha quattro lettere: l’euro”

9 Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia nel 2010: “La situazione attuale non è sostenibile ancora per molto.

10 Amartya Sen, premio Nobel per l’Economia nel 1998, in una nota dichiarazione: “L’euro è stato un errore che ha messo l’economia europea sulla strada sbagliata, i punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i motivi per stare assieme. Hanno un effetto rottura invece che di legame.

11 Eurostat, Intra and Extra-EU trade by Member State and by product group, dati 2015.

12 Bairoch, P., (1993). Economics & World History: Myths and Paradoxes. Chicago: University of Chicago Press.
Bernanke, B. S., (2000). 
Essays on the Great Depression. Princeton: Princeton University Press.
Crafts, N., and Fearon, P. (eds.), (2013).
The Great Depression of the 1930s: Lessons for Today. Oxford: Oxford University Press.
Eichengreen, B., (1992).
Golden Fetters: The Gold Standard and the Great Depression, 1919-1939. Oxford: Oxford University Press.
Eichengreen, B., and Temin, P., (1997). “The Gold Standard and the Great Depression”.
NBER Working Paper 6060.

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 Ingegnere, Politecnico di Milano, Amministratore Delegato della Valueconsult Srl Società di consulenza tecnica che opera su più ambiti dell’ingegneria civile, industriale ed ambientale. Già tecnologo del Consiglio Nazionale delle Ricerche in Tecnica ed Economia dei Trasporti, esperto validatore di progetti di opere Pubbliche ed infrastrutturali per svariati miliardi di Euro di importi lavori. Appassionato cultore di economia politica (in particolare delle analisi degli andamenti commerciali e del posizionamento dell’attività economica in materia di geografia economica), nonché studioso dei temi legati al cambiamento climatico, alle problematiche ambientali, alle risorse fossili, alle conseguenze dell’inurbamento, alla crisi alimentare (membro ASPO), ha iniziato ad approfondire diversi anni fa questi temi seguendo attivamente conferenze ed incontri in Italia e all’estero sui temi della macroeconomia, della resilienza e della transizione verso nuovi modelli energetici e verso nuovi modelli di sviluppo.

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